Trump: “La guerra andrà avanti per settimane, ma possiamo continuare anche più a lungo”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Intervenendo alla Casa Bianca nel corso di una cerimonia di commemorazione per i primi caduti americani, o forse sarebbe più corretto dire approfittando di quell’occasione per rilasciare dichiarazioni a braccio, il presidente Donald Trump ha voluto tracciare un perimetro piuttosto chiaro – sebbene non definitivo – degli obiettivi che gli Stati Uniti intendono perseguire con l’Operazione Epic Fury, la campagna militare congiunta con Israele scattata nelle ultime ore contro la Repubblica Islamica dell’Iran. La sua amministrazione, ha spiegato il presidente, si è posta il fine di distruggere l’arsenale missilistico balistico di Teheran, neutralizzando al contempo la sua capacità di produrne di nuovi, e di annientare le forze navali nemiche, dieci delle quali, ha rivendicato Trump con la sua consueta enfasi, sarebbero già state “messe fuori combattimento e giacciono sul fondo del mare”. Non secondario, nell’elenco, l’obiettivo di smantellare i siti nucleari e di estirpare la capacità dell’Iran di fare da sponsor e da riferimento per le milizie e i gruppi armati che operano in Medio Oriente.

Una finestra temporale che resta volutamente vaga

Il presidente, pur confermando le stime iniziali che proiettavano la durata del conflitto in un arco compreso tra le quattro e le cinque settimane, ha tenuto a precisare – quasi a voler mettere le mani avanti rispetto a possibili complicazioni sul campo – che quella finestra non è affatto rigida e che gli Stati Uniti hanno la capacità e la determinazione per andare avanti “anche molto più a lungo, se necessario”. Una precisazione, questa, che arriva mentre il segretario alla Difesa Pete Hegshet, dal canto suo, aveva cercato di rassicurare gli americani, o forse solo di gestire le aspettative dell’opinione pubblica, escludendo categoricamente l’ipotesi di una guerra senza fine, pur senza volersi impegnare su tempistiche certe. Del resto, il generale Dan Caine, a capo dello Stato Maggiore Congiunto, aveva offerto una visione più cupa e realistica, parlando di un lavoro “difficile e faticoso” e mettendo in conto ulteriori perdite tra i soldati americani. Lo stesso Trump, d’altronde, non ha nascosto che il tributo di sangue potrebbe crescere, promettendo però che l’America vendicherà ogni caduto. E a proposito di soldati, il presidente non ha chiuso del tutto la porta all’ipotesi di un impiego di truppe di terra, sebbene l’affermazione sia stata fatta con scarsa convinzione, quasi come un inciso, dichiarando di non soffrire di quel timore reverenziale – quella che lui chiama “the yips” – che porta gli altri leader a escludere a priori l’opzione. “Probabilmente non ce ne sarà bisogno”, ha detto, “ma se fossero necessarie, le useremo”.

La minaccia missilistica e la retorica della “grande ondata”

Alla base della decisione di scatenare quella che lo stesso Trump ha definito come “l’ultima, migliore possibilità” per fermare il programma nucleare iraniano, vi sarebbe la valutazione – ripetuta più volte dal presidente e dai suoi collaboratori – circa la crescita esponenziale del programma missilistico balistico di Teheran. Il regime iraniano, ha ribadito Trump, disponeva già di missili in grado di colpire l’Europa e le basi americane nella regione, ma l’allarme più grave, quello che ha probabilmente fatto scattare la scintilla, riguarda la prospettiva, giudicata imminente, che potessero presto raggiungere il suolo americano. Una minaccia “chiara e colossale”, l’ha definita il presidente, per giustificare un’operazione che, nonostante i primi successi millantati – l’eliminazione di decine di alti funzionari nemici e l’avanzamento “molto oltre i tempi previsti” – deve ancora dispiegare tutta la sua potenza. Perché, come ha avvertito Trump in un’intervista telefonica, “non abbiamo ancora cominciato a colpirli duramente. La grande ondata non è ancora arrivata. Il grosso deve ancora venire”. Un’affermazione che lascia presagire un’escalation dei raid nei prossimi giorni, quando le forze armate statunitensi e israeliane intensificheranno i loro sforzi per piegare definitivamente la resistenza della Repubblica Islamica, la quale, attraverso i suoi canali ufficiali, ha già risposto con dure repliche e lanci di missili su Israele e basi statunitensi, allargando di fatto il teatro del conflitto e mettendo a dura prova anche i sistemi di difesa dei paesi del Golfo. La tensione, ormai, è alle stelle.

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