Trump dice no a Putin: l’uranio di Teheran non andrà in Russia, ma Mosca ottiene una finestra sul petrolio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il rifiuto è arrivato secco, nel corso di un dialogo che pure entrambe le parti avevano definito produttivo: Donald Trump ha detto no a Vladimir Putin, e a cadere è stata la proposta russa di prendere in custodia l’uranio arricchito dell’Iran. L’offerta, avanzata da Mosca nel tentativo di porsi come mediatore per una soluzione del conflitto in corso, prevedeva il trasferimento delle scorte nucleari di Teheran sul territorio russo, una mossa che tecnicamente avrebbe permesso di mettere in sicurezza il materiale senza bisogno di un intervento militare diretto di Stati Uniti o Israele contro i siti sensibili della Repubblica Islamica. Ma per l’amministrazione americana, l’ipotesi di affidare al Cremlino un tesoro composto da circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% – una quantità che in poche settimane potrebbe essere portata alla soglia del 90%, quella necessaria per la realizzazione di ordigni bellici – si è rivelata una linea rossa invalicabile. Fonti citate dalla stampa americana hanno chiarito che Washington non intende cedere il controllo su quel materiale, ribadendo la necessità di una messa in sicurezza verificata direttamente, anche se al momento non sono all’ordine del giorno operazioni militari per impossessarsene. Il presidente, del resto, lo ha detto senza troppi giri di parole: distruggere missili e droni è la priorità attuale, ma la questione nucleare, prima o poi, dovrà essere affrontata.

Il prezzo del greggio e la deroga lampo del Tesoro

Eppure, se sul fronte nucleare Putin ha incassato un netto diniego, su quello energetico la Casa Bianca ha invece concesso a Mosca un assist temporaneo non di poco conto. Con il blocco dello Stretto di Hormuz imposto da Teheran, che ha di fatto paralizzato una delle rotte petrolifere più strategiche al mondo facendo impennare i prezzi del greggio, Washington ha dovuto correre ai ripari per calmierare i mercati. E lo ha fatto con una mossa che ha del paradossale: il dipartimento del Tesoro, per bocca del segretario Scott Bessent, ha autorizzato una deroga di trenta giorni all’acquisto di petrolio russo, ma solo per quelle partite di greggio già caricate sulle navi e attualmente bloccate in mare. Una misura, l’hanno definita dall’amministrazione, circoscritta e di breve durata, pensata per ampliare la portata globale delle forniture in un momento di crisi acuta, e che secondo le stime ufficiali non dovrebbe tradursi in significativi benefici finanziari per il governo di Mosca, dato che la maggior parte delle entrate energetiche della Russia proviene dalle tasse riscosse al momento dell’estrazione e non dalla vendita del greggio già estratto e in viaggio. La revoca temporanea delle sanzioni, che segue di pochi giorni la telefonata tra i due leader, rappresenta comunque una boccata d’ossigeno per il Cremlino, che si ritrova con una finestra commerciale insperata per piazzare il proprio greggio in un mercato assetato.

La guerra si allarga: il soldato francese e il ferimento di Khamenei

Mentre i leader giocano la loro partita a scacchi tra colloqui e sanzioni, il conflitto sul campo continua a mietere vittime e ad allargare il suo perimetro. Nel quattordicesimo giorno di scontri tra Israele, Stati Uniti e Iran, la notizia della morte di un militare francese ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, ha aggiunto un tassello preoccupante al mosaico di una guerra che rischia di coinvolgere sempre più attori internazionali. Il presidente Emmanuel Macron ha confermato la perdita del soldato, parlando di un attacco inaccettabile contro forze che, ha tenuto a sottolineare, si trovavano lì nell’ambito della lotta al terrorismo e non in relazione al conflitto con l’Iran. Un episodio che l’Onu, attraverso i suoi canali, ha condannato con fermezza, estendendo il monito sia a Israele che agli Stati Uniti per le loro operazioni, e che si inserisce in una escalation fatta di attacchi incrociati, raid e ritorsioni. Nel caos di queste ore, è arrivata anche la conferma da parte di Trump che Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo iraniano succeduto al padre Ali, ucciso nei primi giorni del conflitto, è vivo ma ferito. Una dichiarazione che arriva mentre Teheran continua a proclamare la chiusura dello Stretto di Hormuz, aumentando ulteriormente la tensione in una regione già in fiamme.

Il nodo irrisolto del nucleare e il ruolo ambiguo di Mosca

Sullo sfondo, resta la questione di fondo, quella che ha spinto Trump a rifiutare la mano tesa di Putin. L’idea che la Russia possa farsi carico dell’uranio iraniano non è nuova, era già circolata durante i negoziati prebellici, quando Teheran l’aveva respinta in favore di una diluizione del materiale sotto supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Ora, con il paese nel pieno di una guerra che ha visto i suoi impianti nucleari tra gli obiettivi principali, la situazione è radicalmente cambiata, ma la posizione americana è rimasta granitica: quel materiale non può essere trasferito in Russia. Un rifiuto che fotografa perfettamente l’ambiguità del rapporto tra Washington e Mosca in questa crisi: da un lato la disponibilità a tollerare un certo coordinamento de facto, come Trump stesso ha ammesso quando ha detto che, così come gli Usa aiutano l’Ucraina, è normale che la Russia aiuti l’Iran con intelligence e supporto per gli attacchi con droni; dall’altro, la chiusura totale quando si tratta di mettere le mani sull’arsenale nucleare di Teheran. Un bilanciamento sottile e precario, che per ora regge, ma che lascia aperte tutte le domande su come si intenda mettere in sicurezza quelle scorte, in un contesto bellico che non accenna a placarsi.

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