Il Board of peace per Gaza decolla con 5 miliardi di buone ragioni: l'Italia è dentro, la sinistra è fuori (di testa)

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Cinque miliardi di dollari, la pace, la normalizzazione dei rapporti con Israele, perfino un riconoscimento di un ruolo agli "amici" di Hamas. Tutto questo non basta alla sinistra per sostenere il "board of peace" che sta decollando in queste ore per Gaza, con la presenza - per ora in veste di osservatore - dell'Italia. Donald Trump, nelle vesti di presidente degli Stati Uniti, ha rotto gli indugi con un annuncio a effetto sul suo social, Truth, fissando per giovedì 19 febbraio la prima riunione formale dell'organismo che lui stesso ha voluto e battezzato, e che avrà sede presso il neonato Donald J. Trump Institute of Peace di Washington, un edificio la cui intitolazione, va detto, è al centro di una controversia legale con il precedente United States Institute of Peace -3-9. L'importo dei fondi promessi, stando a quanto dichiarato dal tycoon, supererebbe la cifra di cinque miliardi di dollari, una somma cospicua destinata agli sforzi umanitari e alla ricostruzione della martoriata Striscia, accompagnata dall'impegno di migliaia di unità di personale che andranno a comporre una Forza Internazionale di Stabilizzazione -1-2-8.

L'architettura del piano e il nodo del disarmo

L'iniziativa, che era stata presentata formalmente durante il World Economic Forum di Davos lo scorso gennaio, si propone come un tentativo ambizioso di ridisegnare gli equilibri post-conflitto -2. Trump stesso, del resto, non ha lesinato iperboli sul suo progetto, definendo il Board of Peace come un organismo dal "potenziale illimitato", destinato a diventare "l'organo internazionale più importante della storia" e a occuparsi, in prospettiva, non solo della crisi mediorientale ma della "pace nel mondo" -4-6. Un passaggio cruciale, nelle parole del presidente americano, è la richiesta rivolta ad Hamas: un "impegno per una piena e immediata smilitarizzazione", condizione posta come irrinunciabile per procedere nel percorso -2-6-10. Una richiesta che riecheggia la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale avrebbe già chiarito, secondo quanto riportano fonti stampa, che la smilitarizzazione non può essere parziale ma deve essere totale, includendo anche le armi leggere -4-10. Non mancano, tuttavia, indiscrezioni su possibili mediazioni: il New York Times avrebbe ipotizzato che una bozza del piano potrebbe inizialmente consentire ad Hamas di mantenere alcune armi leggere, consegnando solo quelle in grado di minacciare direttamente Israele -4.

La posizione italiana: un ruolo da osservatore

Proprio mentre il Board prende forma, l'Italia ha ufficializzato la sua partecipazione alla riunione di giovedì, sebbene con uno status peculiare. Fonti di governo, riportate dalle agenzie, confermano che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto un invito in qualità di osservatore -4. Una soluzione che l'esecutivo valuta positivamente, anche alla luce dei dubbi sollevati sulla piena compatibilità costituzionale di un'adesione piena all'organismo voluto da Trump -4. Meloni, intervenuta a margine del summit dell'Unione africana ad Addis Abeba, ha spiegato come la formula dell'osservatore rappresenti "una buona soluzione rispetto al problema che abbiamo", ribadendo al contempo la necessità di una presenza italiana, ed europea, in un'area tanto complessa -4. Resta ora da definire il livello della rappresentanza: se la premier sia intenzionata a recarsi personalmente a Washington o se debba delegare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che nel frattempo si prepara a riferire in Parlamento. L'informativa alle Camere, inizialmente calendarizzata per martedì 17 febbraio, servirà a fare chiarezza sui contorni di questa missione, mentre le opposizioni, stando a quanto si apprende da fonti parlamentari, avrebbero sollecitato un confronto -4.

La composizione internazionale e il ruolo della forza di stabilizzazione

A livello internazionale, il Board of Peace si presenta come un consesso variegato. I paesi fondatori, annunciati a fine gennaio, includono nazioni del Medio Oriente come Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Qatar e Giordania, ma anche Stati emergenti come l'Indonesia, che ha già fatto sapere di poter mettere a disposizione fino a ottomila soldati per la missione di pace, una volta ottenuto il via libera politico definitivo -8. Dall'elenco, invece, brillano per la loro assenza le grandi potenze europee come Francia, Germania e Regno Unito, segno di una certa freddezza o, quantomeno, di un cauto attendismo nei confronti dell'iniziativa trumpiana -2-7. Non è chiaro, al momento, quali siano i paesi che hanno concretamente messo sul piatto i cinque miliardi di dollari annunciati, né quali nazioni abbiano garantito i contingenti per la Forza di Stabilizzazione Internazionale che dovrebbe affiancare la polizia locale nel mantenimento dell'ordine, un aspetto, quest'ultimo, che potrebbe vedere un coinvolgimento dell'Arma dei Carabinieri italiana, come peraltro la stessa Meloni aveva prefigurato nelle scorse settimane -5-8. Quello che è certo, è che il Board si riunirà in un clima di tregua fragile, segnata da reciproche accuse di violazioni e da nuovi scontri sul terreno che continuano a insanguinare la Striscia, gettando un'ombra lunga sulle prospettive di pace -6-8.

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