Trump a Hamas: smilitarizzatevi subito. Al via il Board of Peace con 5 miliardi per Gaza
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Redazione Esteri
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A tre giorni dalla prima riunione plenaria del Board of Peace, organismo internazionale voluto e presieduto da Donald Trump, la Casa Bianca alza il tiro sulla crisi mediorientale, chiedendo a Hamas un gesto concreto e immediato. Il presidente degli Stati Uniti, attraverso un post sul suo social network Truth, ha infatti intimato al movimento islamico di rispettare quello che definisce un impegno già preso, e cioè procedere a una smilitarizzazione completa e senza tentennamenti, un passaggio, questo, che appare preliminare a qualsiasi discussione sugli ingenti fondi promessi per la ricostruzione della Striscia. L’appuntamento è fissato per giovedì 19 febbraio presso la sede del Donald J. Trump Institute of Peace a Washington, l’istituto che fino a poche settimane fa era noto come United States Institute of Peace e che il tycoon, non senza polemiche e contenziosi legali ancora aperti, ha voluto fortemente rinominare a propria immagine e somiglianza -2-6-9.
Un consesso globale per la pace (e per i fondi)
Il Board of Peace, presentato da Trump come l’organismo destinato a diventare il più influente nella storia delle relazioni internazionali, non è nato ieri. La sua genesi risale allo scorso ottobre, quando il presidente americano pubblicò un piano per porre fine al conflitto a Gaza, una visione che, come egli stesso ricorda, venne poi adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La formalizzazione, però, è avvenuta a gennaio, a margine del Forum economico di Davos, dove una ventina di Paesi fondatori hanno sottoscritto la carta istitutiva -4-10. Ora, da quella base, si passa alla fase operativa: l’incontro di giovedì servirà principalmente a mettere nero su bianco le promesse di finanziamento. Gli Stati membri, secondo l’annuncio dello stesso Trump, impegneranno oltre cinque miliardi di dollari per le operazioni umanitarie e la ricostruzione di Gaza, una somma cospicua ma che, va detto, rappresenta solo una frazione dei settanta miliardi che secondo stime congiunte di Onu, Banca Mondiale e Unione Europea sarebbero necessari per risanare interamente il territorio -3-4.
Oltre ai fondi, e questo è un punto cardine dell’iniziativa, i Paesi aderenti hanno garantito la disponibilità di migliaia di unità di personale, destinate a comporre una Forza internazionale di stabilizzazione e un contingente di polizia locale; l’obiettivo dichiarato è quello di garantire sicurezza e ordine pubblico per la popolazione di Gaza una volta che le ostilità cesseranno definitivamente. Tra i primi a rispondere all’appello, come riportato da alcune agenzie, ci sarebbe l’Indonesia, che avrebbe fatto sapere di poter schierare fino a ottomila soldati entro la fine di giugno, anche se i dettagli operativi e la composizione esatta della forza multinazionale restano, al momento, piuttosto nebulosi -4.
La condizione di Israele e le frizioni sul disarmo
Sul tavolo, però, prima ancora dei soldi e dei caschi blu, c’è una precondizione politica che appare ineludibile agli occhi dell’amministrazione Trump e, soprattutto, del governo israeliano. Il premier Benjamin Netanyahu, pur non essendo atteso alla riunione di giovedì (invierà il suo ministro degli Esteri), ha già avuto modo di chiarire la propria posizione nei colloqui avuti alla Casa Bianca la settimana scorsa. Per Israele, smilitarizzare Hamas non può essere un concetto astratto o graduale: significa rinunciare a ogni tipo di armamento, comprese le armi leggere come i fucili d’assalto, e procedere alla demolizione della rete di tunnel e delle fabbriche di armamenti presenti nella Striscia. Una posizione, questa, che secondo quanto scrive il Times of Israel sarebbe categorica e non ammetterebbe deroghe, proprio perché le armi individuali sono quelle che, statisticamente, causano il maggior numero di vittime nei conflitti asimmetrici -1-8.
Eppure, non è detto che la linea della fermezza assoluta trovi pieno riscontro nei piani che si stanno delineando a Washington. Secondo quanto riportato dal New York Times, una bozza di lavoro legata al Board of Peace ipotizzerebbe invece una soluzione più graduale e, per certi versi, pragmatica. Si tratterebbe di consentire a Hamas di mantenere inizialmente il possesso di alcune armi leggere, quelle cioè non in grado di minacciare direttamente il territorio israeliano, chiedendo contestualmente la consegna di tutti i sistemi d’arma a più lunga gittata. Una formula di compromesso che, se confermata, potrebbe aprire scenari complessi nei rapporti tra l’alleato storico israeliano e la nuova amministrazione americana, ma che al momento resta confinata al campo delle ipotesi.
L’Italia e la formula dell’osservatore
Tra i partecipanti alla riunione di giovedì, accanto a capi di Stato e delegazioni di una ventina di Paesi tra cui Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar, ci sarà anche l’Italia -3-8. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto sapere che Roma parteciperà, ma con una formula specifica e limitata: quella di Paese osservatore. Una scelta, questa, dettata da ragioni di compatibilità costituzionale, che impedirebbero una piena adesione all’organismo così come concepito dall’esecutivo statunitense. La stessa Meloni, intervenuta a margine del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, ha definito l’invito come una soluzione di compromesso giudicata positivamente, in quanto consente all’Italia di mantenere un ruolo attivo in una regione dove ha da sempre interessi strategici e dove, come ha ricordato, sta lavorando per stabilizzare una situazione estremamente complessa -1-8.
Resta ora da sciogliere la riserva sul livello della rappresentanza italiana: se sarà la stessa presidente del Consiglio a recarsi a Washington o se l’onere dell’intervento ricadrà sul vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che nel frattempo si prepara a riferire in Parlamento. Domani, martedì 17 febbraio, Tajani è atteso alla Camera per delle comunicazioni ufficiali sul Board of Peace, un’informativa sollecitata dalle opposizioni – Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – che, pur con modalità giudicate irrituali dagli uffici di Palazzo Madama, hanno chiesto chiarezza sull’impegno italiano e sui suoi confini. Un passaggio parlamentare, questo, che servirà a fare luce sui dettagli di una missione che, seppur in veste di osservatore, colloca l’Italia nel novero dei Paesi chiamati a confrontarsi con il nuovo corso della diplomazia trumpiana.




