Board of peace, oggi la prima riunione a Washington con l’ira della Casa Bianca per il no del Vaticano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si tiene oggi, nella capitale statunitense, la riunione inaugurale del Board of Peace, l’organismo voluto dal presidente Donald Trump e concepito per gestire la ricostruzione di Gaza, ma anche, nelle intenzioni della nuova amministrazione, per proporsi come alternativa alle Nazioni Unite. L’incontro, in programma presso il Donald J. Trump Institute of Peace, vedrà la partecipazione – secondo quanto comunicato dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt – di rappresentanti provenienti da oltre venti Paesi, anche se fonti vicine all’organizzazione parlano di un numero che potrebbe avvicinarsi alle quaranta delegazioni. La portavoce ha ribadito che i membri del consesso hanno assicurato contributi per “oltre 5 miliardi di dollari” destinati agli sforzi umanitari e alla ricostruzione della Striscia, unitamente all’impegno di fornire “migliaia di persone” per quella che è stata definita una forza internazionale di stabilizzazione e per i corpi di polizia locale, con Paesi come Indonesia, Marocco e Albania che potrebbero inviare proprio personale sul terreno. Il presidente, che detiene la presidenza dell’organismo e un potere di veto sull’agenda, aprirà personalmente i lavori con un intervento prima di lasciare la capitale per impegni istituzionali nello Stato della Georgia.

Le adesioni, le assenze e la polemica con la Santa Sede

Il quadro delle presenze che emergerà oggi dal vertice appare piuttosto variegato e per certi versi frastagliato, con una Europa spaccata tra chi, come l’Italia, ha scelto una partecipazione in qualità di osservatore e chi, invece, come Francia e Spagna, ha declinato l’invito in modo netto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà presente, ma in quella veste di “osservatore” che il governo ha difeso in Parlamento come una soluzione equilibrata, una scelta che ha comunque scatenato le critiche delle opposizioni. L’assenza che però ha fatto più discutere alla vigilia è quella del Vaticano: la Santa Sede ha fatto sapere di non voler aderire al Board, e la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere. Leavitt ha definito la decisione “molto spiacevole” e “profondamente sfortunata”, sottolineando come la pace non dovrebbe mai essere considerata una questione “di parte, politica o controversa”. Un endorsement che suona quasi come un rimprovero, quello della portavoce, il quale arriva in un momento in cui il Vaticano continua a ribadire la centralità del ruolo dell’Onu nella gestione delle crisi internazionali.

La struttura dell’organismo e i fondi per Gaza

Dietro la facciata politica del Board of Peace, presieduto a vita da Trump e composto dai leader dei Paesi aderenti, esiste una struttura più complessa e articolata in livelli tecnici. La stessa Leavitt ha spiegato che “sotto l’organismo politico c’è un livello tecnocratico”, formato dai rappresentanti dei Paesi membri, che sarà chiamato a prendere le decisioni operative sulla gestione e lo stanziamento dei fondi. Sarà questo livello a dover gestire l’ingente mole di risorse promesse, i 5 miliardi di dollari di cui si parla da giorni, e a dover coordinare il dispiegamento della forza di stabilizzazione. Rimangono però ancora piuttosto vaghi i dettagli sui tempi di attuazione di queste misure: la stessa Leavitt, interpellata sull’argomento, non ha fornito un calendario preciso, limitandosi a dire che ulteriori informazioni verranno comunicate in futuro. Nel frattempo, un comitato di esperti delle Nazioni Unite ha respinto le richieste di dimissioni giunte da alcuni Paesi, tra cui l’Italia, nei confronti della relatrice speciale per i Territori palestinesi, Francesca Albanese, sostenendo che tali richieste si baserebbero su un video manipolato e, di conseguenza, su “disinformazione”.

Il ruolo internazionale e gli sviluppi diplomatici

Mentre a Washington si tiene questa prima storica riunione, il segretario di Stato americano Marco Rubio si prepara a una visita in Israele prevista per la fine del mese, un viaggio che si inserisce nel più ampio quadro dei colloqui per la stabilizzazione regionale. L’organismo voluto da Trump, che si propone come un consesso più snello e decisionista rispetto alla macchina burocratica delle Nazioni Unite, raccoglie dunque consensi ma anche molteplici diffidenze. L’Italia, come detto, ha optato per una presenza cauta ma comunque significativa, motivata dalla volontà di non restare esclusa dai tavoli in cui si discute del futuro del Mediterraneo allargato. La partita, però, è solo all’inizio, e l’efficacia di questo nuovo strumento diplomatico si misurerà nei prossimi mesi sulla capacità di tradurre in fatti concreti le promesse di fondi e di uomini per la pace, in un contesto, quello mediorientale, che resta drammaticamente instabile.

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