Board of peace, oggi la prima riunione a Washington con Tajani. Jp Morgan si candida per i servizi bancari
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Redazione Interno
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Prende ufficialmente il via nel primo pomeriggio, ora italiana, la plenaria inaugurale del Board of Peace, l’organismo internazionale fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e costituito formalmente lo scorso gennaio a margine del Forum economico mondiale di Davos. L’incontro, che si tiene al Donald J. Trump Institute of Peace di Washington, vede riuniti i rappresentanti di oltre venti Paesi membri e osservatori, con un’agenda fitta che spazia dall’aggiornamento sull’attuazione del cosiddetto Piano di Pace in venti punti – iniziativa dell’amministrazione americana – ai progetti di investimento per la ricostruzione della Striscia di Gaza. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha anticipato che lo stesso Trump annuncerà formalmente l’impegno assunto da alcuni Stati membri, i quali avrebbero promesso contributi per oltre cinque miliardi di dollari, destinati sia agli sforzi umanitari sia alla ricostruzione materiale del territorio, affiancati dal dispiegamento di migliaia di unità di personale, come anticipato dallo stesso presidente in un post sul suo social network, per costituire una forza internazionale di stabilizzazione e un contingente di polizia locale.
Nel frattempo, emergono dettagli significativi sull’architettura finanziaria che dovrebbe sostenere le attività del nuovo organismo: secondo quanto riportato dal Financial Times e ripreso da altre agenzie, il colosso bancario Jp Morgan sarebbe in trattative avanzate con l’amministrazione statunitense per fornire al Board of Peace un’ampia gamma di servizi bancari. Le discussioni, secondo le fonti citate dal quotidiano finanziario, riguarderebbero in particolare la facilitazione dei flussi di pagamento da e verso il consiglio di amministrazione dell’ente, un ruolo cruciale per la gestione dei fondi promessi dai Paesi aderenti. La notizia, che arriva nonostante le note e persistenti tensioni tra Trump e l’amministratore delegato di Jp Morgan, Jamie Dimon – il presidente americano ha recentemente intentato una causa da cinque miliardi di dollari contro la banca –, suggerisce un interesse concreto del settore privato nel partecipare alla complessa macchina della ricostruzione, seppur in un contesto diplomatico ancora tutto da definire e non scevro da critiche.
Il ruolo dell’Italia e lo strappo con il Vaticano
Tra i banchi dell’assemblea plenaria siede, in qualità di osservatore, il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, giunto nella capitale statunitense con una delega della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La presenza italiana, che il governo ha più volte motivato con la necessità di non restare esclusa dai tavoli in cui si discute il futuro del Mediterraneo allargato, si inserisce in un quadro di partecipazione europea piuttosto frammentato: se l’Unione Europea ha fatto sapere di essere presente con un suo rappresentante senza tuttavia aderire formalmente all’ente, e Paesi come Ungheria e Romania hanno scelto una partecipazione più attiva, altre grandi capitali del continente – prima fra tutte Parigi – hanno declinato l’invito, manifestando perplessità sulla natura di un organismo che, di fatto, si pone in concorrenza con i tradizionali consessi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite.
Sul fronte diplomatico, tuttavia, a catalizzare l’attenzione nelle ultime ore è stata la netta presa di posizione della Santa Sede, che ha comunicato la propria decisione di non partecipare ai lavori del Board, motivandola con la convinzione che le crisi internazionali vadano affrontate primariamente in sede Onu. Una scelta, quella vaticana, che non è affatto passata inosservata alla Casa Bianca e che ha innescato una replica insolitamente dura da parte della portavoce Karoline Leavitt. Interpellata in merito, Leavitt ha definito l’assenza del Vaticano come “profondamente spiacevole”, sottolineando come l’amministrazione Trump consideri il Board of Peace “un’organizzazione legittima” e come, a suo avviso, la pace non dovrebbe mai essere ridotta a una “questione di parte, politica o controversa”. Una stoccata, quest’ultima, che rivela una certa irritazione per lo snob, gettando una luce sulle difficoltà dell’amministrazione americana nel presentare la nuova creatura come un soggetto pienamente accreditato agli occhi della comunità internazionale.
Obiettivi concreti e scenari operativi per Gaza
Al di là delle polemiche e delle assenze eccellenti, la riunione odierna ha l’obiettivo di mettere nero su bianco le prime, concrete modalità operative. Il cuore del confronto ruota attorno al coordinamento dei fondi – quei cinque miliardi di dollari di cui Trump darà notizia ufficiale – e alla definizione dei compiti della tanto discussa forza di stabilizzazione. Se l’Indonesia, come trapela da più fonti, sembrerebbe pronta a mettere a disposizione un consistente numero di effettivi, per altri Paesi, specialmente arabi, permangono forti riserve sull’invio di truppe in un terreno così complesso come la Striscia, situazione aggravata dalle ricorrenti tensioni e dalla presenza di milizie locali. Il Board, in questo senso, intende procedere speditamente, forte della risoluzione Onu che a ottobre aveva accolto il piano americano, ma deve fare i conti con una realtà sul campo che resta estremamente fluida. La presenza del ministro Tajani, in questo contesto, serve anche a sondare gli spazi per un eventuale coinvolgimento del sistema Italia nella fase di ricostruzione, con un’attenzione particolare ai settori sanitario e della sicurezza alimentare, come ribadito dallo stesso titolare della Farnesina al suo arrivo.
Le ombre lunghe della finanza e il precedente della causa
Il possibile coinvolgimento di Jp Morgan apre uno scenario complesso. Da un lato, l’ingresso di un player finanziario di quella levatura garantirebbe al Board of Peace una piattaforma di pagamenti sicura e una credibilità tecnica non indifferente nella gestione di flussi milionari. Dall’altro, non si può ignorare il contesto di aspra conflittualità legale in cui matura questa trattativa: la causa da cinque miliardi intentata da Trump contro la banca e il suo amministratore delegato per la chiusura di alcuni conti riconducibili al presidente, motivata dallo stesso Trump con presunte ragioni politiche, getta un’ombra sulle dinamiche che regolano i rapporti tra il mondo dell’alta finanza e la nuova amministrazione. Non è chiaro, al momento, se e come questo contenzioso possa influenzare i termini dell’accordo, ma la notizia delle trattative, riportata da fonti vicine al dossier, indica che, sul piano pratico, i canali di dialogo restano aperti, forse per la consapevolezza, da ambo le parti, dell’importanza strategica di un progetto che ambisce a ridefinire la governance della ricostruzione in Medio Oriente.




