Il Board of peace di Trump, l’assenza del Vaticano e il ruolo incerto dell’Europa tra osservatori e critiche
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Redazione Interno
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Il Board of Peace voluto da Donald Trump, e da lui stesso presieduto, si appresta a tenere la sua prima riunione operativa a Washington, un appuntamento che doveva servire a fare il punto sulla ricostruzione di Gaza ma che, alla vigilia, rivela più di qualche crepa nel fronte dei partecipanti. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, nel corso di un briefing con la stampa, ha ribadito la natura di «organizzazione legittima» del consesso, esprimendo al contempo rammarico per la scelta del Vaticano di non prendervi parte: una decisione, quella della Santa Sede, definita «profondamente spiacevole» dalla stessa Leavitt, soprattutto perché, ha aggiunto, «la pace non dovrebbe essere una questione di parte, politica o controversa». All’invito, esteso a una cinquantina di Paesi, hanno risposto positivamente in ventisette, ma tra le assenze eccellenti spiccano quelle di diverse nazioni europee e, appunto, della Chiesa, che pure aveva ricevuto l’invito a partecipare.
Il fronte europeo, in particolare, si presenta diviso e piuttosto prudente di fronte a questa iniziativa che molti leggono come un tentativo di affiancarsi – se non di sovrapporsi – al ruolo tradizionalmente svolto dalle Nazioni Unite nella gestione delle crisi internazionali -1. Gran parte dei paesi del Vecchio continente ha declinato l’offerta di divenire membro effettivo, una posizione che avrebbe comportato un coinvolgimento più strutturato e, verosimilmente, una condivisione degli oneri decisionali. L’Unione Europea, nella sua complessità istituzionale, ha optato per una partecipazione interlocutoria: la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, inizialmente invitata, ha scelto di non presenziare, delegando la commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, con un ruolo di «osservatore» -1-6. Una scelta, questa, motivata ufficialmente dalla volontà di ribadire l’impegno dell’UE per la tregua a Gaza e il suo sostegno alla ricostruzione, ma che cela piuttosto male piú d’una perplessità di fondo sull’impianto e sulle reali finalità del Board.
E proprio su queste perplessità si è innestata la dura reazione delle opposizioni in Italia, dove la scelta del governo di partecipare con il ministro degli Esteri Antonio Tajani – anch’egli in veste di «osservatore» – ha sollevato piú di un malumore. In Parlamento, le critiche non si sono fatte attendere, ma Tajani ha replicato con fermezza, liquidando le polemiche con una battuta: «Si è nervosi e si strilla quando non si hanno idee». Una replica secca, la sua, che non ha però fugato i dubbi di chi vede in questa adesione condizionata una potenziale lesione del ruolo degli organismi internazionali multilaterali, a partire proprio dall’ONU. D’altronde, lo stesso Tajani, nel riferire in Aula, aveva tenuto a precisare che l’Italia intende lavorare con le Nazioni Unite «in ogni momento e in ogni circostanza», quasi a voler circoscrivere l’impegno nel Board di Trump a un ambito puramente consultivo e privo di autonome iniziative -3. Una precisazione non banale, che prova a conciliare la presenza al tavolo voluto dalla Casa Bianca con la fedeltà a una visione tradizionale della diplomazia multilaterale.
Il Vaticano e il richiamo alla centralità dell’Onu
La posizione della Santa Sede, invece, è apparsa fin da subito piú netta e motivata da ragioni di principio. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, aveva già anticipato le perplessità della Chiesa durante una cerimonia per l’anniversario dei Patti Lateranensi, salvo poi ufficializzare il niet alla vigilia del vertice. La motivazione addotta da Parolin è chiara e tocca il cuore della questione: la Santa Sede non parteciperà al Board of Peace «a causa della sua natura particolare, che non è evidentemente quella degli altri Stati», e soprattutto perché ritiene che «a livello internazionale spetti soprattutto all’ONU gestire queste situazioni di crisi» -2-4. Un richiamo netto alla necessità di non creare organismi paralleli che possano indebolire l’autorità e la funzione dell’Assemblea generale e del Consiglio di Sicurezza, un timore, questo, condiviso da molti altri osservatori internazionali. La Casa Bianca, dal canto suo, pur prendendo atto della decisione vaticana, non ha nascosto il proprio disappunto, con Leavitt che ha ribadito come l’amministrazione avrebbe preferito che «tutti gli invitati partecipassero».
I nodi strutturali del Board e le incognite sulla governance
Oltre alle assenze eccellenti e alle adesioni prudenziali, a sollevare piú di un sopracciglio è la struttura stessa del Board of Peace, un organismo la cui architettura appare quanto meno inconsueta per gli standard della diplomazia tradizionale. A presiederlo, infatti, è lo stesso Trump, con un mandato a tempo indefinito e con il potere esclusivo di invitare nuovi membri e di porre il veto sulle decisioni -1. Una concentrazione di poteri, quella nelle mani del presidente statunitense, che mal si concilia con l’idea di un consesso paritario tra nazioni sovrane e che ha spinto molti paesi, soprattutto europei, a prendere le distanze da una formula giudicata troppo sbilanciata a favore di Washington. E se è vero che il Board era nato con lo scopo dichiarato di supervisionare la tregua e la ricostruzione di Gaza – e su questo fronte la Casa Bianca annuncia già impegni per 5 miliardi di dollari da parte dei membri -9 – è altrettanto vero che la sua Carta costitutiva non menziona nemmeno la Striscia, preferendo un’ambizione di portata ben piú vasta, quella di risolvere i conflitti globali -1.
L’assenza di molti europei e il ruolo marginale dell’Ue
Se si eccettuano Bulgaria, Ungheria, Albania e Kosovo, il grosso dell’Europa ha detto no o ha chiesto di sedersi in tribuna, come osservatore appunto. Francia, Gran Bretagna e Norvegia, solo per citarne alcune, non hanno accolto l’invito, mentre l’Unione Europea, attraverso i suoi portavoce, ha fatto sapere di avere ancora «alcune domande» su parti della Carta, sollevando dubbi sulla sua compatibilità con lo statuto delle Nazioni Unite -1-4. La stessa Commissione ha tenuto a precisare che la partecipazione della commissaria Šuica sarà limitata alla sola parte dedicata a Gaza, quasi a voler tracciare un confine invalicabile tra un contributo tecnico alla soluzione di una crisi specifica e un’adesione politica a un progetto dalle ambizioni planetarie -6. In questo quadro di defezioni e distinguo, l’Italia con Tajani cercherà di far sentire la propria voce, ma da quel ruolo di «osservatore» che, se da un lato la mette al riparo da impegni troppo vincolanti, dall’altro la relega a un ruolo defilato, ai margini del tavolo dove si deciderà, forse, il futuro di Gaza.




