Il Board of Peace e la prima riunione a Washington, tra fondi per Gaza e assenze illustri
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Redazione Esteri
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Si è tenuta a Washington, nella sede del rinominato Donald J. Trump Institute of Peace, la riunione inaugurale del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto fortemente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e ufficialmente costituito lo scorso 22 gennaio a Davos, in Svizzera, durante il World Economic Forum. L’incontro, che ha visto la partecipazione di delegazioni provenienti da circa quaranta Paesi, aveva all’ordine del giorno principalmente due punti: il finanziamento della ricostruzione della Striscia di Gaza e l’istituzione di una forza di stabilizzazione internazionale, temi questi che affondano le radici nel conflitto tra Israele e Hamas, conclusosi con un cessate il fuoco lo scorso ottobre dopo due anni di guerra. La portata dell’evento, trasmesso in diretta e caratterizzato da interventi programmati di soli due minuti per i rappresentanti degli Stati membri, ha messo in luce la volontà dell’amministrazione Trump di ritagliare un ruolo centrale per questa nuova entità, il cui statuto, va ricordato, assegna al presidente americano un veto perenne e la carica di presidente a vita, sollevando piú di un interrogativo sul suo rapporto con le Nazioni Unite.
I fondi promessi e la struttura dell’organismo
Nel corso della riunione, il presidente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti verseranno dieci miliardi di dollari per le attività del Board, mentre gli altri Paesi membri, secondo quanto dichiarato dallo stesso Trump, avrebbero complessivamente impegnato circa sette miliardi per la ricostruzione di Gaza, sebbene non sia chiaro se si tratti di fondi freschi o di riallocazioni di aiuti preesistenti. La struttura dell’organismo, cosí come delineata dal suo statuto, prevede una membership temporanea gratuita e una permanente, quest’ultima subordinata a un versamento di un miliardo di dollari in contanti entro il primo anno, cifra che garantirebbe un seggio stabile e influenza duratura sulle decisioni. Tra i membri dell’esecutivo figurano nomi di spicco vicini al presidente, come l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero Jared Kushner e l’ex primo ministro britannico Tony Blair, a testimonianza di una gestione fortemente personalistica dell’iniziativa, che si propone di coordinare gli sforzi umanitari e di polizia locale, con migliaia di uomini promessi da nazioni come l’Indonesia, che ha offerto fino a ottomila soldati, e il Marocco.
Le adesioni e il fronte dei Paesi osservatori
Alla prima riunione hanno preso parte circa una trentina di nazioni a vario Titolo, tra membri effettivi e osservatori, delineando una geografia politica complessa. Tra i Paesi che hanno accettato di entrare nel Board a tutti gli effetti figurano nazioni come Albania, Argentina, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Israele, Giordania, Kazakhstan, Kosovo, Qatar, Turchia e Ungheria, una lista che mescola alleati storici degli Stati Uniti a regimi dall’impronta autoritaria, come la Bielorussia. Di rilievo l’assenza di gran parte dell’Europa occidentale: Germania, Francia e Regno Unito, pur avendo ricevuto l’invito, hanno declinato la membership piena, così come Norvegia, Svizzera e l’Italia, quest’ultima presente a Washington con il ministro degli Esteri Antonio Tajani in veste di osservatore, su delega della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a causa, è stato spiegato, di impedimenti costituzionali legati alla partecipazione a enti non paritari. La Santa Sede, attraverso il cardinale Pietro Parolin, ha fatto sapere di non voler aderire, sottolineando come la gestione delle crisi internazionali debba rimanere di competenza dell’Onu, posizione che ricalca le perplessità di chi vede nel Board un potenziale organismo alternativo e potenzialmente lesivo del multilateralismo tradizionale.
La questione del disarmo di Hamas e la ricostruzione
Sul tavolo della riunione, accanto ai miliardi stanziati, è rimasta centrale la questione del futuro governo della Striscia e del disarmo delle milizie. Il Board, attraverso il suo braccio operativo noto come Gaza Executive Board, sta cercando di promuovere la creazione di una forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe affiancare un comitato tecnico palestinese, il National Committee for the Administration of Gaza, guidato da Ali Sha’ath e composto da esperti in vari settori, dalla sanità all’agricoltura, nominato lo scorso gennaio. Tuttavia, il nodo politico rimane la richiesta israeliana, ribadita dal primo ministro Benjamin Netanyahu, di un disarmo completo e preventivo di Hamas come condizione imprescindibile per avviare qualsiasi ricostruzione su larga scala. Il movimento islamico, da parte sua, attraverso dichiarazioni ufficiali, continua a resistere a questa pressione, legando il destino delle proprie armi a un ritiro israeliano dalla Striscia, posizione che rende alquanto complesso il lavoro dell’organismo e che rischia di vanificare gli sforzi finanziari annunciati con tanto enfasi a Washington.
Le reazioni internazionali e le frizioni con l’Onu
La nascita e il primo vertice del Board of Peace non hanno mancato di suscitare reazioni e di evidenziare frizioni con il sistema delle Nazioni Unite, nonostante una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, la 2803, abbia parzialmente legittimato il suo mandato per Gaza. Paesi come la Norvegia, tradizionalmente impegnati nella mediazione in Medio Oriente, hanno ribadito con nettezza la loro estraneità all’iniziativa, con una portavoce del ministero degli Esteri che ha smentito seccamente l’ipotesi di ospitare eventi del Board e ha riaffermato la volontà di proseguire i propri sforzi nell’ambito dell’Ad Hoc Liaison Committee, il meccanismo storico di coordinamento degli aiuti ai palestinesi. Queste prese di distanza, unitamente al fatto che diversi Paesi europei abbiano scelto lo status di semplici osservatori, dipingono il quadro di una comunità internazionale spaccata di fronte a un’iniziativa che molti percepiscono come uno strumento nelle mani del presidente Trump per riscrivere le regole dell’ordine globale, scavalcando di fatto organismi considerati troppo lenti o inefficaci, ma che proprio per la loro natura collegiale garantivano un bilanciamento dei poteri oggi messo in discussione dalla struttura verticistica del Board.




