Board of peace di Trump, il flop annunciato: casse vuote nonostante i miliardi promessi
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Redazione Esteri
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A quattro mesi esatti dalla sua solenne istituzione, avvenuta a margine del 56esimo Forum di Davos lo scorso 22 gennaio, il cosiddetto Board of Peace (Bop) voluto dall’amministrazione Trump per la ricostruzione di Gaza si trova in una situazione paradossale: le casse ufficiali sono completamente vuote.
Il fondo, che era stato costituito presso la Banca mondiale con la benedizione delle Nazioni Unite, non ha mai ricevuto un solo versamento, nonostante le promesse pubbliche dei paesi membri che avevano garantito un tesoretto di almeno 17 miliardi di dollari; una cifra, quest’ultima, che includeva anche il contributo diretto da 10 miliardi promesso dagli Stati Uniti. Il risultato, rivelato da un’inchiesta del Financial Times, è quello di un’organizzazione arenata in un limbo giuridico e politico, incapace di trasformare gli annunci roboanti in cantieri reali per la popolazione locale.
Un’architettura finanziaria opaca e i primi versamenti fantasma
Se dal punto di vista legale il Board è stato concepito come l’architrave internazionale per il dopo-guerra, la realtà dei flussi finanziari racconta una storia ben diversa. Le quattro fonti vicine alla situazione citate dal quotidiano britannico hanno confermato come siano stati depositati "zero dollari" nel meccanismo della Banca mondiale, quello cioè dotato di obblighi di trasparenza e rendicontazione nei confronti dei donatori.
Al contrario, i pochi fondi che sono effettivamente girati – parliamo di circa 3 milioni di dollari dal Marocco e 20 milioni dagli Emirati Arabi Uniti – sono confluiti in un conto separato presso JP Morgan, un canale controllato direttamente dall’organizzazione e non soggetto ai medesimi controlli indipendenti.
Questi versamenti, peraltro, non hanno nemmeno toccato il suolo di Gaza: sono stati impiegati per coprire le spese operative dell’ufficio dell’alto rappresentante per il dopoguerra e per stipendiare il comitato tecnico palestinese che avrebbe dovuto governare la Striscia.
L’inerzia sul terreno e i nodi politici irrisolti
A rendere ancora più concreto il fallimento operativo è la constatazione che, malgrado siano state avviate interlocuzioni per bandi di gara legati a progetti di sicurezza e ricostruzione, non è stato ancora aggiudicato alcun contratto. Un portavoce del Board ha giustificato lo stallo con una motivazione tanto semplice quanto drammatica: "non stiamo ancora operando a Gaza".
La causa principale di questa paralisi va ricercata nel rifiuto di Hamas di procedere al disarmo, una condizione sine qua non per l’avvio delle operazioni, ma anche nella mancanza di una chiara governance locale che possa gestire i flussi di merci e servizi. Fonti a conoscenza della pianificazione post-bellica hanno infatti sottolineato come non esista attualmente un’autorità responsabile sul terreno, il che espone le eventuali aziende contraenti a rischi legali e di sicurezza inaccettabili, senza una chiara indicazione su quale legge debba essere applicata nella Striscia.
Il gelo degli alleati europei e i paletti di Washington
Nel frattempo, il Dipartimento di Stato americano intende sì riallocare circa 1,2 miliardi di dollari di aiuti verso progetti allineati con l’agenda del Board, ma le stesse fonti confermano che non vi è alcuna intenzione di far gestire questi soldi direttamente dall’organismo guidato da Trump; anzi, un alto funzionario del Congresso ha dichiarato al FT che "nessuno di quei soldi è gestito dal Board of Peace".
Anche i 50 milioni destinati direttamente alle casse del Bop per le operazioni restano congelati, in attesa che vengano istituiti i necessari controlli finanziari richiesti dalla legge. Le grandi nazioni europee, a partire da Francia e Regno Unito, hanno peraltro scelto di boicottare il consesso, percepito come un organismo eccessivamente incentrato sugli alleati ideologici di Washington e privo della necessaria autonomia.




