Board of Peace: la pace a Gaza diventa un affare da un miliardo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quella che viene presentata come una «seconda fase» per la striscia di Gaza, un passaggio dall'operazione militare alla governance, rivela in realtà i contorni di un controllo più sottile e permanente. Il blocco, infatti, non viene smantellato, la guerra prosegue con la sua scia di violenza e la popolazione vive in una condizione di paura costante, mentre il futuro del territorio viene dibattuto in termini puramente amministrativi, eludendo sistematicamente le questioni fondanti dei diritti e della giustizia. In questo contesto, l'annuncio della creazione di un Board of Peace, guidato da figure del mondo finanziario con legami diretti con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è stato percepito nella regione non come una svolta diplomatica ma come l'ultimo capitolo di una lunga storia di imposizioni.

La diplomazia del cowboy e il prezzo della carta da gioco

Le finalità precise di questo organismo restano, per molti versi, nebulose: c'è chi si chiede se il suo compito sia risolvere il conflitto in quell’angolo di Mediterraneo o piuttosto erodere, in una logica di sostituzione, il ruolo tradizionale delle Nazioni Unite. Ciò che invece è stato reso pubblico, con una trasparenza quasi brutale, sono le modalità di adesione, le quali ricalcano quelle di un esclusivo circolo privato. Per entrare a far parte del Board, come fosse il golf club di Mar-a-Lago, è necessario infatti versare una quota: un miliardo di dollari per una “iscrizione” triennale, da saldare in contanti entro il primo anno. Una cifra che, al di là della sua entità, trasforma un principio universale in una merce negoziabile, lasciando in sospeso, come un’incompiuta, le sorti non solo di Gaza ma anche di altri scenari complessi come l’Ucraina e il Venezuela.

Quando la parola pace diventa un brand

Si potrà forse discutere, in futuro, sull’efficacia o meno di questa iniziativa, ma un dato rimarrà indelebile negli annali di questo periodo storico: il giorno in cui la parola “pace” è stata commercializzata, trasformandosi in un brand reputazionale al quale associarsi dietro un corrispettivo in denaro. Quell’obolo da un miliardo, presentato quasi come un affare, serve ad acquisire il diritto di definirsi membri di un club elitario, di quelli che vogliono “la pace nel mondo” con la stessa leggerezza con cui si formula un desiderio. Un meccanismo che, svuotando il concetto del suo significato più profondo, lo riduce a mero status symbol, a una “figata” per pochi eletti.

Le ambizioni globali di un organismo controverso

Al di là delle critiche immediate, l’idea di un Board of Peace, nella sua configurazione astratta, non può essere liquidata con un semplice giudizio di superficie, né tantomeno per le modalità della sua presentazione a Davos, chiaramente costruite per ragioni d'immagine. Molto, in realtà, dipenderà dalla sua struttura operativa definitiva, dai compiti che gli verranno effettivamente assegnati e dalla sua collocazione nel più ampio e fragile mosaico delle istituzioni globali. La sua potenziale estensione ad altre crisi geopolitiche, infatti, potrebbe contribuire a delineare un nuovo ordine mondiale, i cui confini e le cui regole sono ancora tutti da decifrare.

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