La pace come brand: il Board of Peace e la nuova mappa per Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quella che viene definita la «seconda fase» a Gaza non segna, nonostante le dichiarazioni di facciata, un cammino verso la riconciliazione ma si configura piuttosto come una sofisticata forma di controllo territoriale ed economico. Mentre i combattimenti, seppur ridotti d'intensità, non cessano e il blocco continua a strozzare la vita quotidiana, il futuro dell'enclave viene discusso lontano dalle macerie, in termini freddi di amministrazione e governance. L'annuncio, fatto a Davos, di un Board of Peace guidato da figure di spicco della finanza internazionale e direttamente legate al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, è stato percepito da molti osservatori non come una genuina iniziativa diplomatica bensì come l'inaugurazione di un nuovo e controverso capitolo. Un capitolo nel quale la parola "pace" sembra svuotarsi del suo significato più profondo per assumere le sembianze di un marchio, di un'operazione di reputation building su scala globale, alla quale aderire versando contributi cospicui.

Una mappa che cancella identità e memoria

Durante quella presentazione, alle spalle di Jared Kushner, è comparsa fugacemente una slide rivelatrice: la mappa della «nuova Gaza». Disegnata con quadrati colorati e confini geometrici, tipici di una certa pianificazione occidentale, essa raffigurava un territorio completamente trasfigurato, una sorta di hub asettico dove il verde dei «campi agricoli» si alternava al giallo delle «zone residenziali» e al marrone delle «aree industriali». Quella rappresentazione, che qualcuno ha definito una «mappa del monopoly», appariva come un esercizio di astrazione che cancella volutamente la storia, la memoria e la complessa realtà umana del luogo, riducendo tutto a mere funzioni produttive e spaziali. Una visione che, nel suo rigore grafico, sembra ignorare deliberatamente le ferite aperte e le questioni irrisolte che sono all'origine del conflitto, concentrandosi esclusivamente su una riorganizzazione dall'alto.

Il business della filantropia obbligata

Il meccanismo proposto, del resto, conferma questa impressione. L'adesione al Board, presentato come un club esclusivo di benefattori, richiederebbe infatti un contributo di un miliardo di dollari per un triennio, una somma che se da un lato fa pensare a un vero e proprio "obolo" per accedere a un circolo di élite, dall'altro solleva interrogativi stringenti sulla natura e sulla destinazione di tali fondi. La pace, in questa cornice, rischia di trasformarsi in un affare, in un'operazione di branding per miliardari e ration, dove l'impegno umanitario si misura in termini di budget versati piuttosto che in azioni concrete per la giustizia. Si tratta di un approccio che, sebbene possa garantire ingenti risorse, le vincola a una logica di progetto calato dall'alto, svincolato da processi politici inclusivi e dai diritti fondamentali della popolazione.

Un organismo dalle ambizioni globali e dai contorni indefiniti

Al di là delle critiche immediate, l'idea del Board of Peace non può essere liquidata con un semplice giudizio negativo, soprattutto considerando il peso politico del suo principale promotore. Molto, come è stato notato, dipenderà dalla sua configurazione finale, dai compiti precisi che gli verranno assegnati e dal suo inquadramento nel sistema delle istituzioni internazionali. Nato con il focus su Gaza, non mancano voci che ne ipotizzano una possibile estensione ad altre crisi geopolitiche, configurandolo quindi come uno strumento per un "nuovo ordine mondiale" plasmato su principi technocratici e filantropico-capitalistici. La sua evoluzione, pertanto, dovrà essere monitorata con attenzione, poiché potrebbe rappresentare un precedente significativo nel modo in cui la comunità globale – o una sua parte egemone – intende gestire e "risolvere" i conflitti, privilegiando spesso la stabilizzazione e la ricostruzione materiale sulla riconciliazione politica e sul rispetto del diritto internazionale.

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