Board of Peace, la pace a Gaza diventa un club esclusivo da un miliardo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quella che viene propagandata come una "seconda fase" per la Striscia di Gaza, lungi dal rappresentare un autentico percorso di riconciliazione, si configura piuttosto come una sofisticata forma di controllo territoriale e politico. Mentre le operazioni militari, che hanno segnato profondamente la cronaca nera di questi mesi, proseguono tra inchieste e sviluppi giudiziari internazionali, e mentre il blocco soffoca la vita quotidiana di una popolazione stremata, il dibattito sul futuro dell’area viene ridotto a una questione di pura amministrazione. In questo contesto, l’annuncio di un "Board of Peace" guidato da figure di spicco della finanza statunitense, strettamente legate al presidente Donald Trump, è stato percepito non come una svolta diplomatica ma come l'ultimo capitolo di una strategia che svuota di significato i concetti stessi di diritto e giustizia.

La diplomazia del cowboy e le regole d'ingresso

Il perimetro d'azione di questo organismo, che alcuni osservatori ipotizzano possa ambire a sostituirsi in certi ambiti alle tradizionali funzioni dell'Onu, rimane volutamente fumoso. Ciò che invece è stato chiarito, con una crudezza che ha sorpreso molti, sono le modalità di adesione, le quali ricalcano quelle di un esclusivo circolo privato. Per farne parte, infatti, è richiesto un contributo di un miliardo di dollari, versabile in contanti entro il primo anno, che garantisce una membership triennale. Una logica, questa, che ricorda da vicino quella dei club dorati frequentati dall’élite, trasponendola però su un piano geopolitico dove la pace rischia di trasformarsi in un bene di lusso, accessibile solo a chi può permettersi di pagare il biglietto d'ingresso.

Quando la parola pace diventa un brand

Quel che accadrà di questo tentativo, che estende i suoi ambiziosi – e vaghi – obiettivi anche ad altri scenari di crisi come l’Ucraina o il Venezuela, oltre che alle relazioni commerciali con la Cina, è tutto da vedere. Tuttavia, il dato che resterà negli annali, al di là degli esiti concreti, è la banalizzazione della parola "pace" in un mero brand reputazionale. Un'operazione di marketing che la riduce a uno status symbol, a una "figata" da acquistare per appartenere al "club dei buoni", in una volgarizzazione che ricorda più un desiderio infantile che una seria architettura politica. Quel giorno, in cui la pace è stata esplicitamente messa in vendita, segna uno spartiacque nella retorica internazionale.

Un organismo dalle potenzialità ambigue

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