Il Board of peace si riunisce a Washington, Tajani: «Italia membro? Non è possibile per la nostra Costituzione»
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Redazione Interno
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ufficialmente inaugurato ieri a Washington la prima riunione del Board of Peace, l’organismo da lui voluto per sovrintendere alla ricostruzione di Gaza e, nelle sue intenzioni, per affrontare future crisi internazionali. Un'iniziativa, questa, che si propone come un consesso parallelo alle Nazioni Unite, con una struttura e delle regole di partecipazione quantomeno inedite: Trump ne sarà presidente a vita e i membri permanenti, per mantenere lo scranno, dovranno versare un miliardo di dollari -2-4-8. All’incontro nella capitale americana, a cui partecipano una quarantina di Paesi tra membri e osservatori, l’Italia era presente, ma con una posizione netta e definita chiaramente dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Intervenuto alla riunione, il ministro ha spiegato ai giornalisti presenti all’ambasciata italiana che l’eventualità di una adesione piena al Board non è nemmeno percorribile, e lo ha fatto richiamandosi alla nostra Carta fondamentale. L'articolo 11 della Costituzione, ha ricordato Tajani, impedisce all’Italia di far parte di organismi internazionali nei quali non sia garantita una parità tra tutti i partecipanti, una condizione che evidentemente non si realizzerebbe in un consesso presieduto a vita da un singolo capo di Stato e con seggi acquistabili.
La posizione italiana, seppur di basso profilo, si inserisce in un quadro europeo generalmente attendista, se non apertamente critico, verso l’iniziativa di Trump. Il ministro ha voluto sottolineare come la nutrita presenza di leader del Vecchio continente – la maggioranza dei Paesi Ue, la Commissione europea, e nazioni extra Unione come la Gran Bretagna – dimostri una "attenzione europea" alla gestione della crisi mediorientale, che non è certo un "capriccio italiano" -3-4. Di fatto, molte capitali europee, tra cui Parigi e Berlino, hanno preferito il ruolo di osservatori, così come l'Unione Europea stessa, rifiutando un'adesione formale a un organo che appare concepito su misura per il presidente americano e i suoi alleati più stretti -3-4. Una cautela, questa, dettata dalla natura stessa del Board, la cui architettura – con Trump alla guida in perpetuo e la possibilità di comprare l’accesso permanente – solleva più di una perplessità in diplomazie abituate a meccanismi multilaterali più consolidati e condivisi -8.
Se l’Europa osserva con un certo distacco, non mancano però i partecipanti entusiasti. La prima riunione ha visto la presenza di leader come l’argentino Javier Milei, l’ungherese Viktor Orbán, e rappresentanti di diverse nazioni del Golfo e dell’Asia centrale -1-3. Tra gli annunci più concreti emersi dall’incontro, la raccolta di fondi per Gaza: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti metteranno sul piatto dieci miliardi di dollari, mentre nove Paesi membri, tra cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, hanno complessivamente promesso sette miliardi per un pacchetto di aiuti umanitari e di ricostruzione -4-5. A questi si aggiungono i settantacinque milioni annunciati in partnership con la Fifa, una collaborazione che il presidente ha voluto sottolineare con una certa enfasi, ricordando scherzosamente come la Federcalcio mondiale gli abbia conferito un premio per la pace, quasi a voler sopperire alla mancata assegnazione del Nobel -1. Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, presente all’incontro con un cappellino rosso con la scritta Usa, ha parlato di progetti legati allo sport, dalla costruzione di campi da calcio alla possibilità di portare grandi campioni nella Striscia -1-5.
Il Vaticano dice no: «Siamo perplessi, l’Onu gestisca le crisi»
A fronte di chi, come i paesi del Golfo, ha deciso di partecipare attivamente, e di chi, come l'Italia, si limita a un ruolo di osservatore, spicca il netto rifiuto del Vaticano. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha formalmente declinato l’invito ricevuto a gennaio da Papa Leone XIV, esprimendo forti perplessità sull’iniziativa. Parlando a margine di un evento per l’anniversario dei Patti Lateranensi, il cardinale ha motivato la scelta con due ragioni sostanziali: la natura stessa del Board, che evidentemente differisce da quella degli altri Stati, e la convinzione che spetti principalmente all’Onu gestire le situazioni di crisi internazionali -2-10. La Santa Sede, ha aggiunto Parolin, insiste da tempo sulla necessità che siano le Nazioni Unite a mantenere il loro ruolo centrale, un punto su cui il dialogo con l'amministrazione Trump lasciava aperti "problemi critici" da risolvere -2-6. Una posizione, quella vaticana, che allinea la Chiesa con quanti temono che il Board finisca per indebolire ulteriormente il sistema multilaterale esistente.
Forze e finanziamenti: la macchina per Gaza prova a mettersi in moto
Oltre agli stanziamenti economici, la riunione del Board ha delineato i primi passi per il dispiegamento di una forza di stabilizzazione internazionale a Gaza. Il maggior generale Jasper Jeffers III, ufficiale americano designato a comandare la futura forza, ha parlato di un piano che prevede l'impiego di ventimila soldati, suddivisi in cinque settori della Striscia, a partire da Rafah. Un contributo significativo potrebbe arrivare dall’Indonesia, il paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, il cui presidente Prabowo Subianto si è detto pronto a mettere a disposizione fino a ottomila unità -3-5. Oltre a Jakarta, hanno offerto truppe anche Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania -4-5. L’obiettivo dichiarato, come ribadito dallo stesso Trump, rimane il disarmo completo di Hamas, un passaggio cruciale e tutt’altro che scontato su cui si concentrano le attese e le richieste di Israele, rappresentato all’incontro dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar -3-5. Sul fronte palestinese, intanto, a dicembre si è insediato un comitato di tecnocrati guidato dall’ingegnere Ali Shaath per la gestione quotidiana dell’enclave -3.
Oltre Gaza: l’avvertimento all’Iran e il ruolo di Kushner
Se Gaza è stato il banco di prova immediato, l’ambizione del Board, come lasciano intendere le parole del suo stesso presidente e la natura vaga del suo statuto, sembra essere ben più estesa. Trump, nel suo intervento, ha parlato della possibilità di intervenire anche in altri "punti caldi" del mondo -5. E in questo contesto, un ruolo chiave è destinato a giocarlo Jared Kushner, genero del presidente e consigliere, che secondo le ultime indiscrezioni starebbe per essere nominato inviato speciale per la pace. La conferma arriverebbe direttamente da Trump, intenzionato ad affidargli missioni di alta diplomazia, a partire dal delicato fronte con l’Iran. Il presidente americano, nel corso della riunione, ha lanciato un chiaro avvertimento a Teheran, dichiarando che serve un accordo "significativo" entro i prossimi dieci giorni, altrimenti "succederanno cose brutte" -9. Un messaggio esplicito, arrivato mentre gli Stati Uniti hanno massicciamente rafforzato la propria presenza militare in Medio Oriente, e che lascia intendere come il Board, e i suoi uomini chiave come Kushner, possano diventare lo strumento operativo della nuova dottrina di politica estera voluta dalla Casa Bianca -5-9.




