Il Board of Peace, l’organismo voluto da Trump per Gaza, e la scomoda poltrona di osservatore dell’Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La messa in scena, a dire il vero, era stata preparata con cura: un intervento programmato del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera, la rivendicazione solenne del ruolo italiano nel Mediterraneo, e poi il voto di fiducia, puntuale, a chiudere i giochi e a mettere la sordina alle polemiche. Perché di polemiche, e nemmeno troppo sommesse, si tratta, da quando il governo ha fatto sapere che parteciperà alla prima riunione del cosiddetto Board of Peace, l’iniziativa lanciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la Striscia di Gaza. Un organismo, questo, dalla fisionomia ancora piuttosto ibrida, autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la numero 2.803, ma concepito e voluto dalla Casa Bianca, con una struttura piramidale al cui vertice siede lo stesso Trump, in veste di presidente e, stando ad alcune ricostruzioni, con un mandato vitalizio. Una sorta di consiglio di amministrazione globale, come è stato definito, chiamato a sovrintendere alla tregua, alla ricostruzione e, in prospettiva, alla risoluzione di altri conflitti.

Una presenza da osservatori, tra Costituzione e alchimie diplomatiche

La formula prescelta da Roma, quella del Paese osservatore, è stata difesa da Tajani con argomenti che poggiano su un doppio binario. Da un lato, il ministro ha citato l’articolo 11 della Costituzione, quello che ripudia la guerra, sostenendo che l’assenza dal tavolo sarebbe stata una scelta incomprensibile per un Paese che ha a cuore la stabilità mediterranea -3. Dall’altro, ha dovuto prendere atto di un intoppo non da poco: lo statuto del Board, nel suo articolo 9, presenta profili di incompatibilità con la nostra Carta fondamentale, il che ha reso impraticabile una partecipazione a pieno Titolo -6. Un nodo, questo, che l’esecutivo ha risolto inventandosi una categoria diplomatica sui generis, quella dell’osservatore, che di fatto non è prevista dallo statuto dell’organismo: si potrà ascoltare, dunque, e assistere ai lavori, ma senza diritto di parola né di voto. Una posizione che qualcuno, nei corridoi del Transatlantico, ha già bollato con un termine ben più crudo e popolare, quello del guardone -9.

L’isolamento europeo e la compattezza delle opposizioni

Nel frattempo, il quadro delle alleanze, o meglio delle assenze, rischia di far apparire quella italiana come una scelta quantomeno solitaria. A eccezione di Paesi come Ungheria, Cipro e Romania, nessuna grande capitale europea ha infatti aderito all’iniziativa trumpiana -6. La Germania, per bocca del futuro cancelliere Friedrich Merz, ha fatto sapere di non voler partecipare, e la stessa Commissione Europea sarà presente, sì, ma con un ruolo defilato e senza entrare formalmente nel Board -1. Un isolamento che ha riacceso i riflettori sulle critiche delle opposizioni, tutte compattamente schierate contro la scelta del governo. Da sinistra, le voci più dure sono arrivate da Nicola Fratoianni, leader di Avs, secondo cui il Board non sarebbe altro che un comitato di affaristi interessati a una gigantesca speculazione immobiliare sulla pelle del popolo palestinese, una sorta di operazione coloniale gestita da privati -4-10. Mentre Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha parlato di una partecipazione da subordinati, in cui l’Italia potrà al massimo pagare e, se si comporterà bene, magari spartirsi qualche appalto -9.

I profili del Board e le ombre sulla ricostruzione

Chi siederà al tavolo, invece, è noto da tempo. Oltre a Trump, fanno parte del ristretto direttorio esecutivo personaggi come l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero Jared Kushner, l’ex premier britannico Tony Blair e una serie di manager e banchieri legati a doppio filo a Wall Street, come il finanziere Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, e il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga -2-8. Una composizione, questa, che ha fatto storcere il naso a molti osservatori, i quali vedono nella ricostruzione di Gaza un affare colossale da oltre settanta miliardi di dollari, più che un’operazione di pace disinteressata. E se il governo italiano, con i suoi 183 voti di fiducia, ha incassato il via libera del Parlamento, resta da capire quale peso potrà effettivamente avere una presenza muta, quella dell’osservatore, in un consesso dove si decideranno le sorti di un intero territorio e dove, di fatto, a comandare sono gli americani e i loro alleati più fidati -7.

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