Nasce il Board of Peace di Trump, tra perplessità e il piano per la “nuova Rafah”
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Redazione Esteri
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Mentre i combattimenti nella striscia di Gaza non accennano a placarsi, un nuovo attore si affaccia sullo scenario internazionale destinato, nelle intenzioni dei suoi promotori, a ridisegnare gli assetti futuri della regione. Si tratta del Board of Peace, organismo fortemente voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e presentato ufficialmente lo scorso 22 gennaio a margine del World Economic Forum di Davos. La sua nascita, tuttavia, lungi dal rappresentare una svolta verso la pacificazione, viene percepita da molti osservatori come l’avvio di una seconda fase, caratterizzata non dal riconoscimento di diritti ma da una forma di controllo amministrativo ed economico. Il piano operativo, del resto, sembra confermare tali preoccupazioni, incentrandosi su meccanismi selettivi che poco hanno a che fare con la diplomazia tradizionale.
Il modello della “comunità sicura” e i requisiti d'accesso
Uno degli aspetti più concreti emersi riguarda il progetto pilota per la cosiddetta “nuova Rafah”. Questo insediamento, presentato come una “comunità sicura”, prevede un ingresso rigidamente regolamentato per i palestinesi, i quali potranno accedervi solo dopo aver ottenuto uno specifico numero di identificazione personale. La procedura per l’assegnazione di tale codice, come rivelato nel dettaglio lo scorso 14 gennaio al Centro di coordinamento civile militare israeliano di Kiryat Gat, viene condotta in stretta collaborazione con il Cogat, l’agenzia che gestisce gli affari civili nei Territori palestinesi occupati. Un meccanismo che, di fatto, istituisce un filtro sotto la supervisione israeliana, trasformando l’idea di un rifugio in una struttura dalla natura ambigua, che alcuni paragonano a un campo di rieducazione.
La “diplomazia del cowboy” e il costo dell'adesione
Le modalità di funzionamento del Board of Peace stesso sollevano non poche questioni, tanto che la sua azione è stata etichettata da alcuni come una “diplomazia del cowboy”. Il compito primario dell’organismo, infatti, non appare ancora chiaramente definito: se cioè esso debba limitarsi a mediare per la risoluzione del conflitto a Gaza o ambire a sostituire, almeno in parte, il ruolo storico svolto dalle Nazioni Unite in simili crisi. Ciò che è noto, invece, sono le condizioni economiche richieste per farne parte. L’adesione, paragonata ironicamente da fonti vicine agli ambienti diplomatici a quella di un esclusivo club, ha un prezzo ben preciso: un miliardo di dollari per una quota triennale, da versare in contanti entro il primo anno. Un approccio che mescola geopolitica e affari, e che Trump ha esteso, con varianti, ad altri scenari globali come l’Ucraina, il Venezuela e le relazioni commerciali con la Cina.
La lista dei paesi membri e il dibattito in Italia
Attorno al tavolo del neonato Board, stando alle informazioni disponibili, si sono già seduti una ventina di paesi, fra cui spiccano diverse nazioni arabe come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, insieme ad attori regionali quali Turchia, Pakistan e Marocco, nonché alcuni stati europei come l’Ungheria e la Bulgaria. La possibile adesione dell’Italia a questa iniziativa ha acceso un vivace dibattito nel paese, alimentato da perplessità sulla sua effettiva utilità e, soprattutto, da dubbi di costituzionalità. La discussione si concentra sulla compatibilità di un tale impegno con i principi fondanti della carta repubblicana e con la tradizione diplomatica italiana, in un contesto dove l’organismo sembra privilegiare logiche di potere e di influenza economica piuttosto che i percorsi giuridici e di negoziato multilaterale.




