Alzheimer, la ricerca punta sulle difese naturali del cervello tra farmaci “smart” e antiepilettici

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La comunità scientifica internazionale sta esplorando nuove strade per contrastare la malattia di Alzheimer, e le ultime scoperte, pubblicate su riviste specializzate come Science Translational Medicine e il Journal of Neuroinflammation, sembrano spostare l’asse della ricerca verso un obiettivo comune: potenziare i meccanismi di difesa endogeni del cervello piuttosto che limitarsi a rimuovere le conseguenze ormai manifeste della patologia. Da un lato, uno studio coordinato dall’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (Cnr-Icb), condotto in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli, il Campus Bio-Medico di Roma e l’IRCCS Fondazione Santa Lucia, ha sperimentato una piccola molecola “smart” denominata Sulfavant A, un composto di sintesi già brevettato dal Cnr e in precedenza studiato per il suo ruolo nel potenziare le difese immunitarie contro i tumori -4-9. L’approccio, pubblicato sul Journal of Neuroinflammation, è radicalmente innovativo perché non si concentra sulla distruzione diretta delle placche amiloidi già formatesi, ma mira a sostenere e a incrementare l’efficienza della microglia, quelle cellule immunitarie residenti nel sistema nervoso centrale che agiscono come spazzini naturali, rimuovendo detriti cellulari e aggregati proteici tra cui le forme nascenti della beta-amiloide -9. Il trattamento con Sulfavant A, come hanno spiegato Angelo Fontana, direttore del Cnr-Icb, e Marcello D’Amelio del Campus Bio-Medico, ha mostrato in modelli preclinici una marcata riduzione delle placche, un effetto protettivo sui neuroni e un significativo miglioramento delle funzioni mnesiche, aprendo la strada a una strategia terapeutica che potenzia l’immunità innata cerebrale -4.

Parallelamente, un team della Northwestern University guidato da Jeffrey Savas, professore associato di Neurologia comportamentale alla Feinberg School of Medicine, ha pubblicato su Science Translational Medicine una scoperta che getta luce su un meccanismo completamente diverso, incentrato sull’uso di un farmaco antiepilettico di vecchia generazione, il levetiracetam, già approvato dalla FDA e in commercio da decenni -2-5. Gli scienziati americani sono riusciti a identificare il luogo e il momento in cui il frammento proteico più tossico, la beta-amiloide 42, comincia ad accumularsi all’interno delle vescicole sinaptiche, i minuscoli “pacchetti” che i neuroni utilizzano per comunicare tra loro. Ciò che hanno scoperto è che il levetiracetam, legandosi a una proteina chiamata SV2A, rallenta il ciclo di riciclo di queste vescicole, consentendo alla proteina precursore dell’amiloide (APP) di rimanere più a lungo sulla superficie cellulare e venendo così deviata dal percorso che porta alla produzione di beta-amiloide 42 -5-7. In pratica, il farmaco non elimina le placche esistenti, come fanno invece gli anticorpi monoclonali di ultima generazione quali lecanemab e donanemab, ma impedisce a monte che i neuroni stessi producano i peptidi tossici, prevenendo la formazione delle placche -2.

La finestra temporale per un intervento efficace e il ruolo della sindrome di Down

Uno degli aspetti cruciali emersi dalla ricerca americana, e che rappresenta una svolta concettuale non da poco, riguarda la tempistica con cui un simile approccio potrebbe rivelarsi efficace. Savas ha sottolineato come, per prevenire i sintomi della malattia, il farmaco dovrebbe essere somministrato molto precocemente, forse fino a vent’anni prima che gli attuali test diagnostici possano rilevare anche solo lievi alterazioni dei biomarker -5-7. «Nella terza, quarta e quinta decade di vita», ha spiegato il neurologo, «il nostro cervello è generalmente in grado di indirizzare le proteine lontano dai percorsi dannosi, ma con l’età questa capacità protettiva si affievolisce» -2. È in questa fase, quando i neuroni cominciano a “sbandare” senza che vi siano ancora sintomi conclamati, che il levetiracetam potrebbe intercettare il processo patologico. Ne conseguirebbe che il suo utilizzo non avrebbe senso in pazienti già in una fase di demenza conclamata, quando la morte cellulare e i danni sono ormai irreversibili. Per questo motivo, i ricercatori stanno valutando l’ipotesi di testare il farmaco su popolazioni specifiche ad altissimo rischio genetico, come le persone con sindrome di Down: più del 95% di loro, a causa della triplicazione del cromosoma 21 su cui risiede il gene per l’APP, sviluppa una forma aggressiva e precoce di Alzheimer intorno ai 40 anni, e lo studio dei loro tessuti cerebrali, anche di giovani ventenni deceduti per altre cause, ha mostrato gli stessi accumuli di proteine presinaptiche osservati nei modelli animali -5-7.

L’importanza di una strategia preventiva e multimodale

L’analisi dei dati clinici esistenti, condotta dal team di Savas attraverso il National Alzheimer’s Coordinating Center, ha inoltre fornito una correlazione significativa, seppur preliminare: i pazienti con Alzheimer che assumevano levetiracetam mostravano un ritardo di alcuni anni nella progressione dalla diagnosi di declino cognitivo all’esito fatale, rispetto a chi assumeva altri psicofarmaci -2. Sebbene l’effetto sia di modesta entità, esso rafforza l’ipotesi di un impatto positivo del farmaco sul decorso della patologia. Non è un caso, del resto, che la ricerca stia virando verso quella che una review pubblicata su Neuroscience definisce una “architettura terapeutica sistemica”, in cui interventi mirati su più fronti – dall’amiloide alla proteina Tau, dalla neuroinfiammazione al metabolismo – possano agire in sinergia -3. Il lavoro del Cnr, così come quello della Northwestern, si inseriscono perfettamente in questa nuova visione: il primo potenziando le difese immunitarie innate del cervello, il secondo intervenendo sul meccanismo di produzione dell’amiloide a livello sinaptico. Entrambi gli studi, insomma, sembrano suggerire che il futuro della lotta all’Alzheimer non risieda tanto in un singolo farmaco risolutivo, quanto piuttosto in una combinazione di strategie pensate per agire precocemente, prima che il ciclo degenerativo diventi inarrestabile.

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