L’allarme di O’Leary: “Il carburante per i voli è garantito solo fino a maggio, poi il futuro è un rebus”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Dublino. Il prezzo del cherosene corre su livelli mai toccati da mesi, complice una guerra che di fatto ha paralizzato lo Stretto di Hormuz, e il mondo del trasporto aereo europeo inizia a fare i conti con l’incubo delle flotte a terra. La conferma più schietta, se non fosse per il consueto stile tranchant, arriva dal quartier generale di Ryanair, dove l’amministratore delegato Michael O’Leary ha riunito un gruppo di giornalisti italiani per tracciare un identikit del presente – e di un futuro che appare quanto mai opaco. Se da un lato la piattaforma low cost, la più grande del continente, può contare su forniture garantite almeno fino alla fine di maggio, dall’altro lo stesso manager non ha esitato a definire la situazione successiva come un azzardo, un “tiriamo tutti a indovinare” che mal si concilia con la pianificazione industriale necessaria per la stagione estiva.

La strategia dell’hedging e il conto salato del 20% scoperto

A differenza di molti vettori concorrenti, Ryanair si presenta a questa battaglia con una corazza finanziaria non trascurabile: circa l’80% del fabbisogno di carburante per l’intero anno è stato bloccato mesi fa a prezzi calmierati, una copertura che si estende addirittura fino a marzo del 2027. Questo scudo, tuttavia, non è sufficiente a riparare completamente l’impresa dall’uragano dei rincari. È proprio sul restante 20% – quello che O’Leary definisce la parte “scoperta” – che si abbatte la furia del mercato: se a febbraio il prezzo del barile si aggirava sui 74 dollari, ad aprile lo stesso carburante è volato a 150 dollari, bruciando nelle casse della società un extra costo di 50 milioni di dollari solo nell’ultimo mese. Un’emorragia che, se la crisi dovesse protrarsi, rischia di tradursi in una cifra da capogiro, quantificata dall’amministratore delegato in circa 600 milioni di dollari in un anno.

Il nodo dello Stretto di Hormuz e l’incognita Gran Bretagna

Il cuore del problema, ha spiegato O’Leary nel corso della tavola rotonda, resta la dipendenza logistica dal Medio Oriente per il jet fuel, un prodotto la cui raffinazione complessa lo rende difficilmente sostituibile nel breve periodo. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz sta creando un collo di bottiglia pericoloso, sebbene per il momento le compagnie petrolifere assicurino che non mancheranno le consegne per l’intero mese di maggio. Le certezze, però, finiscono qui. «Non siamo sicuri per quanto riguarda giugno», ha tagliato corto il numero uno di Ryanair, aggiungendo un’analisi geografica precisa: secondo la sua visione, l’area più esposta a una carenza concreta è la Gran Bretagna, che dipende pesantemente dai rifornimenti in arrivo dal Kuwait, mentre il resto del continente potrebbe reggere meglio grazie alle forniture diversificate da Norvegia, Africa Occidentale e Stati Uniti.

L’effetto domino sui biglietti e il rischio default per i competitor

In attesa di capire se la tregua o la fine delle ostilità arriveranno in tempo per salvare l’estate, O’Leary ha gettato uno sguardo gelido sul resto del settore. L’impennata dei costi, ha avvertito, non è sostenibile per tutti. Senza mezzi termini, ha ipotizzato che vettori come Wizz Air e airBaltic potrebbero trovarsi di fronte al fallimento già tra settembre e novembre, qualora i prezzi del cherosene rimanessero stabilmente a livelli proibitivi. Un’eventualità, questa, che lo stesso manager definisce paradossalmente “una buona notizia” per la crescita della sua azienda, ma che getta un’ombra lunga sulla stabilità dell’intero mercato. Per i passeggeri, intanto, la musica cambia: con i prezzi del carburante alle stelle e le scorte in bilico, la raccomandazione è quella di non rimandare le prenotazioni, perché il rischio non è solo quello di non trovare un posto, ma di pagarlo a caro prezzo in un mercato che sta imparando a convivere con l’emergenza.

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