Il caro-petrolio e la crisi nel Golfo mettono in ginocchio Wizz Air, voli più cari del 30%
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, con la conseguente chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz e l’interruzione di rotte commerciali vitali, ha innescato un terremoto sui mercati energetici e, a cascata, sul settore del trasporto aereo, con effetti immediati e destinati a farsi sentire nei prossimi mesi anche sui bilanci delle compagnie e, inevitabilmente, sulle tasche dei passeggeri. Il costo del cherosene, materia prima che incide per circa un quarto sui costi operativi dei vettori, è schizzato verso l’alto a una velocità che non si vedeva dai tempi dello scoppio della guerra in Ucraina, erodendo in poche settimane quel sottile margine di utile, stimato intorno al 6,6% per il 2025, su cui il settore aveva pianificato la propria ripresa post-pandemica. L’impennata del prezzo del barile, con il Brent che ha superato quota 92 dollari, ha portato il jet fuel a quotazioni superiori ai 130 dollari al barile, un rincaro superiore al 50% rispetto alle previsioni formulate a dicembre 2025 dall’Iata, l’associazione internazionale del trasporto aereo.
Se l’intera industria dell’aviazione trema, c’è chi tra i vettori si trova a dover fare i conti con una tempesta perfetta. Wizz Air, la low-cost ungherese con una forte esposizione sulle rotte verso il Medio Oriente, è finita nel mirino degli analisti e degli investitori. La compagnia, che opera una flotta di Airbus e che aveva puntato su una crescita imponente nella regione, si è vista costretta a diramare un profit warning che ha fatto crollare il Titolo alla Borsa di Londra, dove in una settimana ha perso oltre il ventiquattro per cento del suo valore. Il conflitto, spiegano dalla società, avrà un impatto negativo di circa 50 milioni di euro sugli utili netti dell’anno fiscale 2026, che si chiuderà a marzo. Un terzo di questo buco è dovuto alla sospensione di alcuni servizi di linea, mentre il resto è da attribuire all’andamento sfavorevole delle variabili macroeconomiche, a partire dal prezzo del carburante e dal cambio dollaro-euro. La situazione della compagnia, come rilevano gli analisti di Goodbody Airlines, rischia di aggravarsi ulteriormente nel prossimo anno fiscale, con stime che parlano di possibili perdite fino a 250 milioni di euro.
A determinare questo scenario non è solo l’aumento del costo della materia prima in sé, ma anche la diversa capacità dei vettori di proteggersene attraverso contratti di copertura finanziaria, l’hedging. Wizz Air, infatti, pur avendo una copertura per il 55% del suo fabbisogno di cherosene per l’anno a venire a prezzi bloccati tra i 650 e i 716 dollari a tonnellata, si trova in una posizione di svantaggio rispetto ad alcune concorrenti, in particolare la regina delle low-cost, Ryanair. Il vettore irlandese, guidato da Michael O’Leary, ha già acquistato l’ottanta per cento del carburante necessario per l’intero anno fiscale 2026-2027 a un prezzo medio di 67 dollari al barile, una mossa che la rende “relativamente protetta” dalla bufera attuale. Al contrario, chi come le compagnie statunitensi fa spesso a meno di questi strumenti finanziari, o come easyJet ha una copertura più limitata (62% per il primo semestre 2026), si trova esposto in prima persona alle oscillazioni selvagge del mercato.
Stretto di Hormuz e prezzi dei biglietti destinati a salire
Il nodo cruciale della crisi risiede nella posizione strategica dello Stretto di Hormuz, un vero e proprio imbuto attraverso cui transita circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e metà delle importazioni europee di carburante per jet. Con i Guardiani della Rivoluzione iraniani che hanno minacciato attacchi alle navi in transito e alcune petroliere già finite nel mirino, il traffico si è di fatto bloccato e i costi assicurativi per gli armatori sono lievitati, rendendo proibitivo il trasporto via mare. Le raffinerie europee, che già avevano ridotto la loro capacità produttiva negli ultimi anni, faticano a trovare fonti alternative, mentre l’Asia, altro grande fornitore, inizia a sua volta a tagliare le esportazioni per timore di non ricevere la materia prima necessaria alla lavorazione. L’effetto combinato è una tensione sui prezzi che gli analisti definiscono strutturale, non più solo contingente.
Questa impennata, destinata a persistere finché durerà l’instabilità nella regione, si tradurrà inevitabilmente in un rincaro dei biglietti aerei. Le stime parlano di un aumento medio che potrebbe oscillare tra il venti e il trenta per cento sulle rotte a lungo raggio tra Europa e Asia, con punte ben più alte su alcune tratte specifiche che richiedono deviazioni onerose per evitare lo spazio aereo iraniano o le zone del conflitto. L’amministratore delegato di United Airlines, Scott Kirby, ha già messo in guardia gli investitori: se i prezzi del carburante resteranno su questi livelli, l’impatto si rifletterà “presto” sulle tariffe. E non si tratta solo del costo del cherosene: le chiusure degli spazi aerei obbligano i vettori a voli più lunghi, con conseguente maggior consumo di carburante e costi operativi più alti, un circolo vizioso che finirà per essere scaricato sui passeggeri, come già avvenuto in passato in occasione di shock energetici simili.




