Borsa: l’Europa apre contrastata tra tensioni in Medio Oriente e il caro-petrolio, a Milano giù Amplifon
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Redazione Economia
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La settimana finanziaria si apre all’insegna della cautela sui mercati del Vecchio continente, dove l’andamento delle contrattazioni – dopo un avvio che lasciava presagire un timido rialzo generalizzato – si è rapidamente attestato su binari contrastanti, con gli investitori che tengono gli occhi puntati sull’escalation della guerra in Medio Oriente e, più nel dettaglio, sulla delicatissima situazione dello stretto di Hormuz, uno dei colli di bottiglia più strategici al mondo per il transito delle materie prime energetiche. Se Londra mostra il segno più con un +0,35% e Francoforte e Parigi viaggiano sostanzialmente in parità, reggendo rispettivamente un +0,14% e un +0,12%, Piazza Affari arranca in territorio negativo, con il Ftse Mib che cede lo 0,3% in una seduta che, per il listino milanese, assume i contorni di una giornata contraddistinta da forti spinte correttive su alcuni singoli titoli. A fare da sfondo, naturalmente, vi è l’inarrestabile corsa del greggio, che non accenna a dare tregua: il Brent del Mare del Nord scambia attorno ai 106 dollari al barile, segnando un progresso del 2,8%, mentre il West Texas Intermediate si porta a 100,55 dollari, con un +1,8%, nonostante le voci, riportate dal Wall Street Journal, di un imminente annuncio da parte dell’amministrazione Trump circa un accordo siglato con diversi Paesi alleati per istituire una coalizione internazionale con il compito specifico di scortare le petroliere attraverso le acque critiche di Hormuz. Un'iniziativa, quest'ultima, che sembra non sortire al momento l'effetto sperato di placare gli animi sul fronte delle quotazioni energetiche, le quali restano schiacciate dal rischio concreto di un'effettiva interruzione dei flussi. Sul fronte valutario, l'euro continua a mostrare segni di debolezza strutturale, attestandosi stabilmente in area 1,14 sul dollaro, una flessione che gli analisti leggono come il riflesso della maggiore vulnerabilità dell'economia europea di fronte allo shock dei prezzi energetici.
Il doppio binario di Piazza Affari: il tonfo di Amplifon e lo sprint delle oil company
Scendendo nel dettaglio delle performance dei singoli titoli, emerge con chiarezza come la seduta milanese sia stata caratterizzata da movimenti opposti, che fotografano perfettamente lo scenario di incertezza odierno. Da un lato, colpisce l'occhio il tonfo di Amplifon, che perde oltre sette punti percentuali, un crollo verticale legato non tanto alle dinamiche geopolitiche, quanto all'annuncio di un'operazione straordinaria di finanza aziendale: il gruppo ha infatti firmato un accordo definitivo per l'acquisizione di Gn Hearing, un'operazione dal valore di circa 2,3 miliardi di euro che, agli occhi del mercato, appare particolarmente onerosa e foriera di rischi immediati di esecuzione e indebitamento. Dall'altro lato dello spettro, invece, vi sono i titoli legati al comparto energetico e della difesa, che beneficiano della spinta della crisi internazionale: Eni guadagna oltre un punto percentuale, seguita a ruota da Tenaris, mentre Leonardo viaggia in territorio positivo, cavalcando l'onda delle rinnovate tensioni belliche e delle possibili commesse legate alla sicurezza. Particolarmente significativo, per le implicazioni sul fronte del consolidamento bancario europeo, è anche il doppio movimento che coinvolge Unicredit, in calo dell'1,3% a Milano, e la sua preda Commerzbank, che balza del 3,5% a Francoforte: il mercato reagisce così al lancio dell'offerta pubblica di scambio volontaria lanciata da Piazza Gae Aulenti per superare la soglia del 30% del capitale della banca tedesca, un'operazione complessa che prevede un rapporto di concambio di 0,484 azioni Unicredit per ogni Titolo Commerz e che mira a creare un polo bancario di dimensioni continentali senza però, nelle intenzioni dichiarate dal ceo Andrea Orcel, acquisirne formalmente il controllo.
Le pressioni di Trump sugli alleati e la risposta tiepida dell’Europa
Mentre le Borse tentano di navigare a vista in questo mare agitato da petrolio e incertezze, sul piano politico-diplomatico si registrano le pressioni a tutto campo del presidente americano Donald Trump, il quale ha aumentato sensibilmente la pressione sui Paesi della Nato e sugli alleati asiatici affinché contribuiscano in modo concreto e visibile alla riapertura sicura dello Stretto di Hormuz. La sua amministrazione considera la sicurezza di quella via d'acqua, attraverso cui transita una fetta preponderante del greggio mondiale, una responsabilità collettiva e non un onere esclusivo delle portaerei a stelle e strisce: un concetto ribadito con toni ultimativi, laddove Trump ha lasciato intendere che l'Alleanza Atlantica si troverebbe di fronte a scenari futuri assai complicati qualora i governi europei dovessero sottrarsi al loro dovere di contribuire alla missione di scorta. La replica del Vecchio continente, al momento, appare tutt'altro che compatta e risoluta. Se il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha tagliato corto, chiarendo che l'Italia non intende "infilarsi in una guerra" e che l'eventuale estensione della missione Aspides andrebbe limitata al Mar Rosso, da Berlino filtra una netta contrarietà all'invio di navi, mentre Londra si limita a generiche dichiarazioni di principio sull'importanza strategica di Hormuz, definita una priorità su cui si è in contatto con gli Usa. Una risposta tiepida, che lascia presagire difficoltà oggettive nel mettere insieme una coalizione navale credibile e che, di riflesso, alimenta ulteriormente le speculazioni al rialzo sul prezzo delle materie prime energetiche.
Il quadro macro: banche centrali sotto osservazione
In questo clima di turbolenza geopolitica, non va dimenticato che la settimana in corso è densa di appuntamenti cruciali per la politica monetaria, con gli occhi degli operatori puntati sulle riunioni della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea. L'impennata del costo del petrolio, che si traduce in un aumento dei costi di trasporto e produzione per le imprese e in una conseguente spinta al rialzo dell'inflazione, rende oggettivamente più complesso il lavoro dei banchieri centrali. Le aspettative di un taglio dei tassi di interesse, che fino a poche settimane fa apparivano scontate per i prossimi mesi, si sono infatti notevolmente raffreddate, con gli investitori che ora scommettono su una Fed costretta a mantenere una posizione restrittiva ancora a lungo per evitare che lo shock energetico si trasmetta in modo permanente alle aspettative di prezzo. Gli effetti di questo scenario si riverberano anche sul mercato obbligazionario, dove lo spread tra Btp e Bund si mantiene in area 80 punti base, con il rendimento del decennale italiano che si attesta attorno al 3,76%, e sul fronte delle altre materie prime, che mostrano performance differenziate: se il gas prosegue la sua corsa al rialzo, l'oro e l'argento cedono terreno, in un contesto in cui la valuta rifugio per eccellenza appare penalizzata dalla necessità di liquidità per far fronte ai rincari energetici.




