Trump e la guerra in Iran: “Il caro-petrolio? Gli Usa guadagnano un sacco di soldi. Ma fermare l’impero del male viene prima”
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Redazione Esteri
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Mentre il conflitto con l’Iran entra nella sua seconda settimana, e le ripercussioni sui mercati energetici globali si fanno sentire con crescente intensità, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rotto gli indugi con una dichiarazione che, nella sua apparente semplicità, racchiude una lettura geopolitica ed economica ben precisa. Da un lato, infatti, il tycoon riconosce candidamente che l’aumento del prezzo del greggio, conseguenza diretta delle ostilità e della chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, porta con sé un vantaggio non trascurabile per le casse americane. “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo”, ha scritto in un post sul suo social, Truth, “quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi”. Un’ammissione che suona come una fredda analisi contabile in un momento di massima tensione bellica, e che fotografa la nuova realtà di un’America divenuta, grazie al fracking, esportatrice netta di energia.
Tuttavia, e qui il discorso si fa più articolato e profondo, il presidente ha tenuto a precisare una scala di priorità che va oltre il mero guadagno finanziario. Lo stesso messaggio su Truth prosegue, infatti, con una postilla che sposta il baricentro del discorso dalla sfera economica a quella della sicurezza nazionale e della stabilità globale. “Ma la cosa di gran lunga più interessante e importante per me, come presidente”, ha specificato Trump, “è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di dotarsi di armi nucleari e distruggere il Medio Oriente e, di fatto, il mondo”. Una frase, quest’ultima, che riecheggia la retorica della Guerra Fredda e che mira a riconfigurare l’intera operazione militare in corso non come una guerra per il petrolio, bensì come una crociata necessaria per neutralizzare una minaccia esistenziale, definita senza mezzi termini come un “impero del male”.
Il conto economico della guerra e la resilienza americana
Questa posizione, per quanto netta, si inserisce in un contesto di mercato particolarmente complesso e volatile. Dopo tredici giorni dall’inizio dell’offensiva, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) ha lanciato l’allarme, definendo l’attuale interruzione delle forniture come la più grave nella storia del mercato petrolifero globale, e i 32 paesi membri, inclusi Stati Uniti e Italia, hanno risposto mettendo in campo un’operazione senza precedenti: il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle scorte di emergenza per tamponare la crisi determinata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Un intervento massiccio, questo, che dimostra quanto la preoccupazione per un’impennata dei prezzi fuori controllo sia concreta e diffusa, nonostante le parole rassicuranti di Trump. Eppure, la trasformazione degli Stati Uniti in un colosso energetico grazie allo shale oil ne attenua la vulnerabilità, trasformandoli da vittime potenziali dello shock petrolifero a beneficiari, seppur parziali. L’aumento del 20% del prezzo della benzina senza piombo dalla fine di febbraio rischia di lasciare le famiglie con meno denaro in tasca, è vero, ma i produttori energetici americani vedono lievitare i propri profitti, e le esportazioni di greggio, aumentate di dieci volte dal 2015, portano ossigeno all’economia.
Lo scontro retorico con Teheran e la posta in gioco
Parallelamente alle mosse sui mercati, prosegue serrato lo scambio di dichiarazioni di fuoco con Teheran. Le parole di Trump arrivano, non a caso, a ridosso del primo messaggio pubblico della nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta e una risposta dura contro i nemici della Repubblica islamica, ribadendo la volontà di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz. Un braccio di ferro, questo, che non è solo verbale: i Guardiani della Rivoluzione hanno infatti minacciato di non permettere l’esportazione di “neanche un litro di petrolio” dall’intera regione del Golfo se gli attacchi israeliani e statunitensi dovessero continuare. Una minaccia che, se attuata, farebbe precipitare la situazione in una crisi energetica dalla quale neppure il fracking americano potrebbe proteggere completamente l’economia globale. Trump, dal canto suo, ha risposto per le rime, avvertendo che qualsiasi blocco del flusso di petrolio verrebbe punito con una forza “venti volte superiore” a quella finora impiegata, una promessa di “morte, fuoco e furore” che lascia poco spazio all’interpretazione.
Le contromosse di Washington tra scorte strategiche e logistica
Sul fronte interno, l’amministrazione americana sta cercando di destreggiarsi tra la necessità di mantenere la pressione su Teheran e quella di contenere gli effetti collaterali del conflitto sui consumatori e sull’industria. Oltre al ricorso alla Riserva Strategica di Petrolio, dalla quale verranno liberati 172 milioni di barili, si starebbe valutando una mossa dal forte impatto logistico: la sospensione del Jones Act, una legge del 1920 che impone l’utilizzo di navi costruite in America e con equipaggio statunitense per i trasporti nazionali. Una sospensione, questa di cui parlano fonti vicine al dossier, permetterebbe di abbattere i costi di trasporto del greggio e alleggerire, almeno in parte, la pressione sui prezzi finali alla pompa, in attesa che la situazione nello Stretto di Hormuz si normalizzi. Uno scenario, quest’ultimo, che appare tuttavia lontano, viste le dichiarazioni bellicose che continuano ad arrivare da ambo le parti e la sostanziale impreparazione, ammessa dallo stesso Segretario all’Energia, a scortare le petroliere in acque considerate ormai teatri di guerra.




