Petrolio a 107 dollari, la guerra in Iran fa volare il greggio e affonda le borse
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Redazione Economia
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Il decimo giorno di guerra in Medio Oriente segna una nuova, pesantissima battuta d’arresto per i mercati finanziari europei, con le borse del Vecchio continente che aprono l’ennesima seduta in profondo rosso travolte dallo tsunami energetico innescato dal conflitto. Il prezzo del petrolio, dopo aver sfondato venerdì scorso la barriera psicologica dei 100 dollari, continua la sua inarrestabile corsa al rialzo: il Brent, il greggio del Mare del Nord utilizzato come riferimento internazionale, viaggia nella mattinata di lunedì 9 marzo a 107,19 dollari al barile, con un balzo del 17,92% rispetto a chiusura di venerdì, dopo aver toccato addirittura quota 120 dollari, un picco che non si vedeva dal lontano 2022. È l’escalation militare nel Golfo Persico, con gli scontri tra Teheran e le forze israelo-americane che non accennano a placarsi, a spingere il greggio verso l’alto, alimentando il timore di un conflitto prolungato e dalle conseguenze energetiche devastanti.
Lo spettro di Hormuz e le strategie di Washington
Le preoccupazioni dei trader non nascono solo dalla durata del conflitto, ormai entrato nella sua seconda settimana, ma dalla sua possibile evoluzione e dall’instabilità che si allarga a macchia d’olio. Se da un lato il ministro dell’Energia americano Chris Wright prova a gettare acqua sul fuoco dichiarando che "il traffico nello Stretto di Hormuz riprenderà relativamente presto", dall’altro le sue stesse parole rivelano un disegno ben più complesso e inquietante. Wright ha infatti affermato che "la Cina sta per perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio", con un chiaro riferimento all’Iran, dopo che Pechino ha già dovuto ridimensionare i propri acquisti da Mosca a causa delle sanzioni. Una dichiarazione, questa, che la dice lunga sulle reali intenzioni della Casa Bianca di Donald Trump, rieletto presidente, ovvero legare a doppio filo la destabilizzazione di Teheran a un disegno più ampio di indebolimento geopolitico ed economico di Pechino. La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio del deceduto ayatollah Ali Khamenei, a nuova Guida Suprema dell’Iran, lungi dal portare a una distensione, lascia anzi presagire una durata più lunga del previsto per gli scontri, complice la linea dura del nuovo leader religioso e militare del Paese.
Stagflazione in vista, banche europee nel mirino
L’effetto sui listini azionari è immediato e spietato. A Milano, piazza Affari ha aperto con un tonfo generalizzato, con il settore bancario in forte sofferenza e pochi, isolati titoli in controtendenza come Nexi. Il caro-energia, con il gas che segue la stessa traiettoria incendiaria del petrolio, alimenta infatti i peggiori incubi degli economisti: lo spettro della stagflazione. L’impennata dei costi delle materie prime, da un lato, soffia sull’inflazione rendendo più cari prodotti e trasporti; dall’altro, agisce come una tassa implicita su famiglie e imprese, frenando i consumi e gli investimenti, e di conseguenza la crescita economica. Una combinazione letale che sta facero crollare la fiducia degli investitori e che potrebbe presto tradursi in una revisione al ribasso delle stime del PIL per l’intera eurozona.
Gas alle stelle e nuovi equilibri globali
Parallelamente alla corsa del greggio, anche il mercato del gas mostra segni di fibrillazione estrema, con i prezzi che schizzano verso l’alto complice la paura che l’intera regione mediorientale possa andare a fuoco. Se il conflitto dovesse allargarsi o se l’Iran dovesse mantenere la minaccia di bloccare lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del GNL, le conseguenze sarebbero catastrofiche per un’Europa che, dopo la rinuncia al gas russo, è diventata ancora più vulnerabile agli shock energetici globali. In questo scenario di fuoco, le parole del segretario Wright assumono i contorni di una profezia che si autoavvera: la perdita del greggio iraniano per la Cina, infatti, non è solo un danno collaterale del conflitto, ma un tassello di una partita a scacchi molto più grande, dove l’energia diventa l’arma principale per ridisegnare gli equilibri di potere tra Stati Uniti, Russia e Cina.




