L‘Assemblea degli Esperti sceglie Mojtaba Khamenei, il figlio, come nuova Guida Suprema mentre il G7 corre ai ripari per il caro-petrolio
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Redazione Esteri
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Il consenso, dopo giorni di indiscrezioni e riunioni segrete nel chiuso delle stanze del potere teocratico, è stato finalmente raggiunto: gli ottantotto saggi che compongono l’Assemblea degli Esperti hanno indicato in Mojtaba Khamenei, secondogenito del defunto ayatollah Ali Khamenei, il successore alla carica di Guida Suprema dell’Iran. La notizia, filtrata nella notte attraverso le dichiarazioni di Hosseinali Eshkevari, membro influente dell’assemblea, mette fine alle speculazioni su una possibile lotta interna per la leadership, sancendo di fatto una continuità dinastica che la rivoluzione del 1979, nelle sue premesse ideologiche, non aveva certo previsto. Il nuovo leader, che di anni ne ha cinquantasei, si trova ora a ereditare le redini di un paese nel pieno di una guerra aperta su più fronti, con gli impianti petroliferi che continuano a bruciare sotto le bombe e il prezzo del greggio che ha superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile, un livello che non si vedeva dall’inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. La risposta dell'occidente non si è fatta attendere: i ministri finanziari del G7, coordinati dall'Agenzia Internazionale per l'Energia, si sono riuniti d'urgenza per valutare il rilascio coordinato delle riserve strategiche, nel tentativo di arginare una crisi energetica che minaccia di riaccendere l'inflazione a livello globale.
La successione lampo e la reazione di Washington
La designazione di Mojtaba Khamenei, figura da tempo considerata un “kingmaker” dietro le quinte e strettamente legata ai pasdaran, rappresenta un messaggio chiaro lanciato dal regime tanto all'interno quanto all'esterno dei confini persiani. La scelta è caduta su di lui nonostante non abbia mai ricoperto ruoli governativi ufficiali di primo piano, se si esclude il servizio militare durante la guerra con l'Iraq, e nonostante le voci, subito smentite dai fatti, che lo volessero più incline agli studi teologici che alla politica attiva. La sua ascesa, peraltro, arriva in un momento di massima tensione, mentre le difese aeree di Teheran vengono nuovamente testate dagli attacchi israeliani e mentre le truppe speciali di terra si preparano a ogni evenienza. Dall'altra parte dell'oceano, la reazione di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, non si è fatta attendere: il presidente americano aveva già bollato l'ipotesi della nomina del figlio di Khamenei come "inaccettabile", e nelle ultime ore, secondo fonti vicine all'amministrazione, avrebbe ribadito in privato che "senza la nostra approvazione non durerà a lungo", un avvertimento che getta ombre inquietanti su qualunque possibile tregua.
L'escalation militare e l'attacco al Bahrein
Mentre i vertici religiosi iraniani formalizzavano il passaggio di consegne, il fronte militare si allargava a macchia d'olio. Nella notte, un attacco con droni condotto da Teheran ha colpito l'isola di Sitra, in Bahrein, provocando il ferimento di trentadue civili, tra cui, stando ai primi rapporti del ministero della salute locale, anche diversi bambini. Quattro dei feriti versano in condizioni gravi, e le immagini dei soccorsi mostrano una popolazione nel caos, con le abitazioni danneggiate e le ambulanze che corrono tra le macerie. Non è chiaro se l'obiettivo fosse un'installazione militare o se si sia trattato di un errore di mira, ma la scelta di colpire il piccolo regno del Golfo, sede della Quinta Flotta americana, sembra studiata per mandare un segnale preciso a tutti gli alleati sunniti di Washington. In parallelo, l'aviazione israeliana ha proseguito i suoi raid contro le infrastrutture di Hezbollah in Libano, ritenute un prolungamento della minaccia iraniana, e non si fermano le incursioni nella Striscia di Gaza, dove la situazione umanitaria precipita di ora in ora. L'uso di proiettili al fosforo bianco in aree civili del sud del Libano, documentato da alcune organizzazioni per i diritti umani, rischia di aggiungere un ulteriore, grave capitolo di accuse per crimini di guerra a un conflitto già devastante.
Il caro-petrolio e la riunione d'emergenza del G7
Il combinato disposto degli attacchi alle infrastrutture energetiche, con i depositi di carburante in fiamme alla periferia di Teheran e la raffineria di Bapco colpita in Bahrein, ha scatenato il panico sui mercati globali. Il greggio, schizzato oltre i centodieci dollari al barile, ha riportato l'inflazione al centro dell'agenda politica dei paesi occidentali, costringendo i ministri delle finanze del G7 a un vertice telematico straordinario convocato per lunedì mattina. L'ipotesi sul tavolo è quella di immettere sul mercato milioni di barili prelevati dalle riserve strategiche, una mossa che era già stata utilizzata per calmierare i prezzi durante le crisi passate. Alcuni membri, inclusi gli Stati Uniti, avrebbero già espresso il loro sostegno all'operazione, anche se permangono dubbi sull'entità del rilascio e sulla sua reale efficacia nel medio periodo, soprattutto se il conflitto dovesse allargarsi ulteriormente e coinvolgere in modo diretto gli stretti di Hormuz, vero e proprio collo di bottiglia per un terzo del traffico marittimo di petrolio mondiale. La Cina, nel frattempo, attraverso il suo inviato speciale che ha incontrato il ministro degli esteri saudita, rilancia il proprio ruolo di mediatrice, offrendo cooperazione per la pace, mentre l'Europa osserva con apprensione l'onda d'urto economica che già si abbatte sulle sue frontiere.




