Voci dall'Iran e solidarietà in Italia: il presidio di Firenze nel solco delle proteste
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Redazione Esteri
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Un nuovo presidio di solidarietà ha trovato spazio a Firenze, in piazza Sant’Ambrogio, riunendo poche decine di partecipanti sotto l’egida di realtà associative come la Casa dei diritti dei popoli e il coordinamento No riarmo Firenze. Sulle gradinate della chiesa, una bandiera della pace modificata recava la scritta ‘Abbasso la dittatura Iran libero’, affiancata da vessilli rossi che declinavano il motto “Né shah né ayatollah”, mentre uno striscione del movimento “Donna vita libertà” completava la scena, di fronte a un gazebo allestito per raccogliere firme contro il piano di riarmo europeo. L’iniziativa, seppur numericamente contenuta, si inserisce in un contesto di mobilitazione che va ormai oltre il quarantesimo giorno, da quando cioè sono cominciate in Iran le manifestazioni contro un regime che, sebbene si definisca una “Repubblica” islamica, ha concesso ben poco alle richieste di riforme democratiche nel corso di quasi mezzo secolo.
L'appello internazionale e l'eco delle piazze italiane
L’urgenza di un intervento esterno è stata ribadita con forza da voci come quella dell’attrice e attivista Nazanin Boniadi, la quale ha esortato la diplomazia internazionale a operare per garantire l’accesso in Iran di organizzazioni quali la Croce Rossa e Amnesty International, sostenendo che il popolo iraniano, da solo, non possa farcela. Un appello che risuona parallelamente alle mobilitazioni in territorio italiano, come quella registrata in Sardegna, dove oltre un centinaio di persone si sono radunate in piazza Garibaldi a Cagliari per un sit-in organizzato dall’Associazione Tonino Pascali – Sardegna Radicale, in collaborazione con Amnesty International, e che ha visto la partecipazione di diverse sigle politiche e associative.
La percezione del cambiamento e il peso delle aspettative
Dall’interno del Paese mediorientale, tuttavia, arrivano riflessioni che tentano di decifrare la natura di questa nuova ondata di dissenso. Ahmad, un attivista di Teheran, ha raccontato di essere rientrato in Iran poco dopo l’inizio delle proteste, trovando un clima percepito come profondamente diverso rispetto alle mobilitazioni del passato. Le sue conclusioni, frutto di settimane di osservazione, toccano un punto delicato, legato alle aspettative create dalla politica internazionale: molti manifestanti, stando alla sua testimonianza, avrebbero infatti creduto nella promessa di intervento fatta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un elemento che avrebbe contribuito a distinguere il carattere di queste proteste, alimentando una speranza di sostegno concreto dall’estero che ancora attende una risposta.
La protesta oltre i simboli
Le piazze in Italia, dunque, da Firenze a Cagliari, pur nella loro diversa composizione e dimensioni, fungono da cassa di risonanza per un malcontento che in Iran non accenna a placarsi, evidenziando una frattura profonda tra il regime e una parte consistente della sua popolazione. I simboli esposti – dalle bandiere che rifiutano tanto la vecchia monarchia del Scià quanto l’attuale teocrazia degli ayatollah, agli striscioni che mettono al centro i diritti delle donne – delineano i contorni di una protesta che aspira a un cambiamento radicale, mentre la richiesta di monitoraggio internazionale rimane un capitolo irrisolto in un conflitto che continua a svolgersi lontano dagli occhi del mondo.




