Famiglia del bosco, Salvini attacca i giudici: "Vergogna, bimbi stiano con i genitori"
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Redazione Interno
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La Corte d'Appello dell’Aquila ha definitivamente archiviato, respingendo il reclamo presentato dalla difesa, ogni ipotesi di un immediato ricongiungimento dei tre minori con i loro genitori. I due gemelli di sei anni e la sorella di otto, figli di una coppia anglo-australiana che aveva scelto di vivere in un contesto boschivo in Abruzzo, rimarranno pertanto nella casa famiglia di Vasto dove sono stati collocati, su disposizione del Tribunale per i Minorenni, lo scorso novembre. La decisione della Corte, maturata nel corso di un’udienza documentale, conferma nella sostanza la sospensione della potestà genitoriale, misura che aveva sollevato un acceso dibattito pubblico e politico.
La posizione della difesa e il caso giudiziario
Gli avvocati della famiglia, nel sostenere il proprio ricorso, avevano fatto leva su un profilo procedurale ritenuto cruciale: l’ascolto dei minori. Secondo il collegio difensivo, infatti, sarebbe stato completamente disatteso quel passaggio, previsto dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo e recepito dalla giurisprudenza italiana, che considera imprescindibile la volontà espressa dai bambini in simili procedimenti. Una tesi, questa, che non ha trovato accoglimento da parte dei giudici d’appello, i quali hanno invece confermato la bontà delle valutazioni compiute in primo grado. La vicenda, che ha suscitato forti emozioni, si è sviluppata a partire da un intervento delle autorità seguito a una segnalazione, e si è tradotta in un provvedimento di allontanamento motivato da ragioni di tutela.
La reazione politica immediata
Sulla pronuncia della Corte si è scagliato, con toni durissimi, il segretario della Lega e vicepremier Matteo Salvini, il quale, attraverso un post sul social network X, ha definito la vicenda una “vergogna” indirizzando esplicitamente la critica verso la magistratura. “Per questi giudici una sola parola: vergogna”, ha scritto Salvini, aggiungendo che “i bambini non sono proprietà dello Stato” e che “devono poter vivere e crescere con l’amore di mamma e papà”. Una presa di posizione netta che interpreta, e alimenta, una certa sensibilità dell’opinione pubblica verso casi in cui l’autorità giudiziaria interviene nell’ambito della vita familiare. L’intervento del leader leghista, peraltro, non costituisce un episodio isolato nel panorama politico italiano, spesso segnato da polemiche sulle competenze e sulle decisioni dell’autorità giudiziaria minorile.
Il contesto e le considerazioni istituzionali
La questione, al di là delle dichiarazioni a caldo, riporta l’attenzione sul delicato equilibrio tra il diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni e il dovere dello Stato di proteggere i minori in situazioni ritenute di potenziale rischio. Le modalità di vita alternative, come quella scelta dalla famiglia nel bosco di Palmoli, pongono infatti interrogativi complessi ai servizi sociali e alla magistratura, chiamati a valutare parametri non sempre convenzionali di benessere e sicurezza. Il ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella, in un intervento precedente alla decisione d’appello, aveva sottolineato come gli allontanamenti, seppur a volte necessari, comportino “conseguenze sui bambini”, riconoscendo implicitamente la delicatezza di simili scelte. Il caso, ormai chiuso sul piano giurisdizionale almeno in questo grado di giudizio, lascia aperti dibattiti più ampi sul ruolo delle istituzioni e sul concetto stesso di interesse del minore in società contemporanee sempre più diversificate.




