Il costo di un commento social: Scanzi chiede 2.500 euro a un pensionato per diffamazione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è una linea sottile – e sempre più sorvegliata – tra il diritto di critica e l’insulto gratuito, e a scanso di equivari, in Italia, varcarla può costare davvero caro. Lo ha scoperto a sue spese un pensionato di 76 anni, residente a Salgareda, nel Trevigiano, che si è visto recapitare una richiesta di risarcimento danni da 2.500 euro firmata dal giornalista e opinionista Andrea Scanzi. L’origine del contendere? Un commento di poche parole lasciato sotto il post di annuncio di una puntata della trasmissione "In altre parole", in onda su La7, che Scanzi ha ritenuto talmente offensivo da innescare la macchina della sua ormai nota “linea dura” contro i cosiddetti leoni da tastiera.

Un epiteto e una raccomandata

Il fatto, temporalmente collocato nel novembre del 2024, è di quelli che fanno riflettere sulla percezione della propria immunità virtuale. Mentre il 76enne seguiva la trasmissione, ha digitato un commento in cui apostrofava Scanzi con un epiteto volgare, quello che nei verbali viene riportato come "Il c...one di turno". Un gesto impulsivo, magari dettato dalla convinzione che lo schermo fosse una sorta di territorio franco, che invece ha scatenato una reazione professionale e chirurgica. Il giornalista, tramite l’avvocato Silvia Biondi, ha spedito una raccomandata a/r al domicilio dell’anziano: dentro non c’era solo la richiesta di rimozione del post e di scuse formali, ma anche un assegno circolare (per così dire, a parti invertite) di 2.500 euro a titolo di risarcimento danni.

La difesa del pensionato: "Non pagherò"

Sarebbe stato facile, per un privato cittadino, lasciarsi intimorire dalla prospettiva di una causa contro una figura pubblica assistita da un team legale. Il 76enne di Salgareda, però, non ha alcuna intenzione di cedere. Assistito dall’avvocato Mauro De Lucca, l’uomo ha risposto picche, rivendicando ciò che ritiene essere un sacrosanto diritto di manifestare il proprio pensiero, seppur in maniera colorita. La sua posizione, netta, è che un commento social – per quanto grezzo – non possa integrare gli estremi per una richiesta economica di quella portata, e che semmai la sede per dirimere la questione sarà quella giudiziale, dove è pronto a portare la sua battaglia per la libertà d’espressione. Non solo: il pensionato sostiene di aver già rimosso il commento incriminato, un’azione che sperava potesse chiudere la faccenda, ma che evidentemente non è bastata per placare le ire del giornalista.

Il metodo Scanzi: fare giurisprudenza (e vacanze)

Questa vicenda, per quanto possa sembrare sproporzionata a un occhio esterno, non rappresenta un episodio isolato, bensì la routine consolidata di una strategia ben precisa. Scanzi stesso, in passato, aveva spiegato senza mezzi termini la sua filosofia: non tollera minacce o denigrazioni né verso di sé né verso i suoi cari, e ritiene che il web debba essere trattato alla stregua del mondo reale. L’opinionista ha dichiarato apertamente di aver iniziato a querelare gli haters due anni fa, affidando ai suoi legali il compito di setacciare i commenti per scegliere quelli “fruttuosi”. Non si tratta solo di una rivalsa morale: in un'intervista precedente, Scanzi aveva ammesso con disarmante sincerità di aver ricevuto "non poco denaro" da queste cause, aggiungendo che quei soldi li avrebbe spesi per vacanze e moto, senza destinare quelle specifiche somme alla beneficenza. In questo caso specifico, il 76enne è finito nel mirino per una frase che, secondo la difesa del giornalista, avrebbe superato i limiti della critica per configurarsi come "diffamazione aggravata" dai social, considerato l’alto numero di visualizzazioni del post originale (quasi 2.200 like).

Quando il "ma" diventa un boomerang

Dal canto suo, il legale del pensionato ribatte che si tratta semplicemente di "un’opinione" e che non sussistono i presupposti per parlare di reato. Il caso, attualmente in fase di stallo, è destinato a finire in tribunale, dove un giudice dovrà stabilire se dare ragione alla linea dura di Scanzi o se, al contrario, ridimensionare la pretesa risarcitoria. Quello che appare chiaro, al di là del merito della singola offesa, è il mutamento del clima sociale: ciò che un tempo si risolveva in una baruffa da bar o in un accesso di ira verbale oggi rischia di tradursi in una raccomandata con ricevuta di ritorno. Il messaggio per i navigatori del web è, dunque, inequivocabile: la tastiera non è un paravento, e dietro ogni account, per quanto anonimo, si cela un profilo giudiziario pronto a essere citato in giudizio.

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