Gaza, mentre Trump rilancia il suo piano, i bombardamenti continuano a mietere vittime
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Redazione Esteri
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La Striscia di Gaza, martoriata da un conflitto che da oltre settecentonovanta giorni non conosce soste, è stata teatro di un nuovo, sanguinoso episodio. Nel corso di poche ore, come riferiscono fonti sanitarie locali, i raid aerei israeliani hanno ucciso almeno otto civili, ferendone decine di altri, in quello che si configura come il cinquantacinquesimo giorno consecutivo di violazioni del cessate il fuoco. Le operazioni militari, che non risparmiano nemmeno i pochi edifici ancora in piedi, proseguono così senza tregua, mentre sullo scenario internazionale si affaccia nuovamente il cosiddetto “piano di pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un progetto che, secondo diverse analisi, rischia di trasformarsi in uno specchietto per le allodole, distogliendo l’attenzione globale da quella che viene definita una strategia di genocidio e occupazione, finalizzata – come annunciato più volte dall’amministrazione americana e dai suoi collaboratori – a svuotare il territorio costiero dei suoi abitanti per riconvertirlo in un’impresa commerciale.
Le rovine fumanti di Khan Younis
Sono le rovine, ancora fumanti, di un accampamento di tende nella parte occidentale di Khan Younis a raccontare, in maniera drammatica, l’ultimo atto di questa offensiva. I palestinesi che hanno ispezionato il sito oggi, 4 dicembre, hanno potuto constatare gli effetti devastanti dell’attacco aereo israeliano di ieri sera, il quale ha innescato un vasto incendio. Le fiamme, divampate con furia tra le precarie sistemazioni degli sfollati, hanno causato, stando alle dichiarazioni dei medici sul posto, la morte di diverse persone. All’ospedale al-Kuwaiti di Khan Younis, il bilancio – seppur provvisorio e destinato a peggiorare – è già tragico: i dottori hanno dichiarato di aver recuperato i corpi di cinque palestinesi, tra i quali due bambini. Altri resoconti parlano di almeno sei vittime, sempre comprendendo minori, un dato che sottolinea la gravità di un’azione militare condotta in una zona ad alta densità di civili.
Le versioni contrastanti sull’attacco
Le versioni sulle cause e sulla natura del bombardamento divergono radicalmente. L’esercito israeliano, che si è limitato a una comunicazione essenziale, ha giustificato l’attacco definendolo una risposta mirata a un’aggressione subita dalle sue truppe nell’area di Rafah, e precisando che l’obiettivo era “eliminare un terrorista” di Hamas. Una ricostruzione che tuttavia non spiega la portata della distruzione e il numero delle vittime civili, tra cui molti dei quali, come i bambini, nulla avevano a che vedere con le operazioni militari. Dal canto suo, Hamas ha bollato l’azione come una “violazione dell’accordo di cessate il fuoco”, evidenziando il paradosso di una tregua formalmente invocata ma sistematicamente disattesa sul campo, dove le esplosioni e i lutti rappresentano ormai una tragica normalità.
Una crisi umanitaria senza fine
Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio di sofferenza e distruzione, che vede la popolazione civile di Gaza pagare il prezzo più alto. Gli accampamenti di fortuna, sorti per ospitare famiglie costrette ad abbandonare le proprie case, diventano a loro volta bersagli, amplificando il senso di insicurezza e disperazione. Le immagini dell’incendio divampato nel campo profughi di Khan Younis dopo il missile sono l’emblema di una crisi umanitaria che si approfondisce giorno dopo giorno, mentre la comunità internazionale sembra incapace di trovare una soluzione duratura. L’attenzione è ora rivolta anche alle dichiarazioni dell’amministrazione Trump, il cui piano – presentato come una road map per la pace – viene guardato con profondo scetticismo da chi, sul terreno, continua a seppellire i propri cari e a contare i danni di una guerra senza fine.




