Dolly Parton: le cinque canzoni fondamentali di una regina del country
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ridurre Dolly Parton a cinque canzoni è quasi un'impresa impossibile, se si considera la sterminata produzione di una delle più grandi cantautrici che il mondo della musica abbia mai conosciuto. La sua grandezza, tuttavia, non risiede soltanto nel numero di dischi venduti o nella capacità, rarissima per un'artista nata nel country, di diventare un'icona della cultura pop mondiale, ma risiede soprattutto nella sua scrittura, in quella maniera inimitabile con cui ha saputo trasformare esperienze private, povertà, desiderio, gelosia e separazioni in racconti dalla immediata leggibilità emotiva.
Dolly Rebecca Parton, scomparsa ieri all'età di 80 anni dopo una breve battaglia contro il cancro, lascia un vuoto incolmabile e un'eredità musicale che continua a vivere attraverso le sue canzoni, capaci di attraversare generazioni e generi diversi. Per raccontare la sua grandezza, abbiamo scelto cinque brani fondamentali, cinque pietre miliari che ne riassumono il genio, anche se una scelta del genere rischia sempre di essere parziale e riduttiva di fronte a un catalogo che conta più di 160 milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Il capolavoro dell'angoscia: "Jolene"
Pubblicata nel 1974 come singolo tratto dall'album omonimo, "Jolene" è senza dubbio una delle canzoni più celebrate nella storia della musica country e forse quella che meglio incarna la capacità di Parton di trasformare un sentimento universale come la gelosia in un racconto senza tempo.
La genesi del pezzo è curiosa e, come molte delle sue storie migliori, mescola realtà e ironia: la leggenda narra che Parton si ispirò a una giovane fan dai capelli rossi incontrata a un concerto, ma la trama della canzone, quel tormentato appello a non rubarle l'uomo, nacque da una vicenda molto più terrena legata al marito Carl Dean.
Come la stessa cantante raccontò alla NPR nel 2008, la canzone fu scritta pensando a una cassiera di banca che aveva sviluppato una cotta per il marito, una situazione che divenne uno scherzo tra i due ma che si trasformò in una delle suppliche musicali più intense mai scritte.
Con il suo ritmo incalzante e la ripetizione ipnotica del nome, "Jolene" ha scalato le classifiche arrivando al primo posto nella classifica Hot Country Songs di Billboard e da allora è stata oggetto di innumerevoli cover, da Olivia Newton-John ai White Stripes fino alla più recente rivisitazione di Beyoncé per l'album "Cowboy Carter" del 2024, una versione che ha ulteriormente consolidato lo status del brano come classico assoluto.
L'addio che divenne eterno: "I Will Always Love You"
Se "Jolene" rappresenta il vertice della scrittura narrativa di Parton, "I Will Always Love You" ne incarna la potenza espressiva e la capacità di scrivere ballate d'amore destinate a diventare inni generazionali. Scritta e pubblicata nello stesso anno, il 1974, come secondo singolo dell'album "Jolene", la canzone è in realtà un commiato, un addio dolce e struggente al mentore e partner musicale Porter Wagoner, dal quale Parton stava per separarsi per intraprendere la carriera solista.
La canzone raggiunse subito il numero uno nelle classifiche country, ma fu la celeberrima interpretazione di Whitney Houston per il film "The Bodyguard" del 1992 a trasformarla in un fenomeno planetario: la versione della Houston trascorse quattordici settimane in vetta alla Billboard Hot 100, vincendo un Grammy come registrazione dell'anno e diventando uno dei brani più venduti di tutti i tempi.
Esiste un aneddoto che dimostra l'integrità artistica di Parton: quando Elvis Presley manifestò l'interesse a registrare il brano, il suo manager chiese alla cantautrice di cedere metà dei diritti d'autore; Parton rifiutò, una scelta che in seguito divenne leggendaria e che lei stessa ricordò con ironia, dichiarando che i guadagni derivanti dalla versione di Houston le permisero di comprare Graceland.
L'inno delle donne che lavorano: "9 To 5"
Il 1980 segnò un'altra svolta nella carriera di Dolly Parton con l'uscita del film "9 to 5", in cui recitò accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin, e della relativa colonna sonora, che includeva l'omonimo brano scritto e interpretato dalla stessa Parton.
La canzone, che divenne la sua prima numero uno nella Billboard Hot 100, è molto più di un semplice motivo orecchiabile: è un inno alla classe lavoratrice, un grido di frustrazione contro la routine e le disparità sul posto di lavoro che risuonò con forza in un'epoca di grandi cambiamenti sociali e che ancora oggi mantiene intatta la sua carica eversiva.
Con il suo caratteristico ritmo sincopato che imita il ticchettio di un orologio, Parton racconta la giornata tipo di una donna che sogna una rivalsa, vincendo due Grammy e ricevendo una nomination all'Oscar come migliore canzone originale, un riconoscimento che la consacrò definitivamente come una delle voci più influenti anche al di fuori del circuito country.
La storia più personale: "Coat of Many Colors"
Tra le migliaia di canzoni scritte da Dolly Parton, quella a cui era più legata era probabilmente "Coat of Many Colors", un brano del 1971 che lei stessa definì "il più personale". Ispirata alla sua infanzia poverissima nelle montagne del Tennessee, la canzone racconta la storia di un cappotto fatto di stracci cuciti insieme dalla madre, un capo che per la piccola Dolly era un tesoro ma che la espose al ridicolo dei compagni di scuola.
In questo brano, Parton riesce a trasformare la vergogna e la povertà in una lezione di dignità e amore familiare, con un messaggio di accettazione e di forza interiore che ha toccato il cuore di milioni di ascoltatori e che è stato riconosciuto con l'inserimento nel National Recording Registry della Biblioteca del Congresso nel 2012.
L'importanza di questa canzone nella sua narrativa personale è tale che la cantante ne ha tratto anche un libro per bambini e un film per la televisione nel 2015, dimostrando come una storia di povertà e amore materno potesse diventare un patrimonio culturale condiviso.
La rinascita rock: "Rockin' It"
A coronare una carriera lunga più di cinquant'anni arriva "Rockin' It", un brano che dimostra come Dolly Parton, fino all'ultimo, non abbia mai smesso di sorprendere e di rinnovarsi. Il pezzo, contenuto nell'album "Rockstar" del 2023, è nato da una circostanza particolare: quando ricevette la nomination per l'inserimento nella Rock & Roll Hall of Fame, Parton dichiarò di non sentirsi degna di tale onore, promettendo che avrebbe realizzato un album rock per guadagnarselo.
Nonostante la sua riluttanza, fu comunque introdotta nella Hall of Fame e proprio in quell'occasione eseguì per la prima volta "Rockin' It", una registrazione che in seguito venne inclusa nell'edizione deluxe di "Rockstar". Con il suo ritmo trascinante e un testo che celebra una vita passata a fare rock and roll, la canzone rappresenta l'ennesima prova della versatilità di un'artista che, partita dalla tradizione country più pura, è riuscita a conquistare e a influenzare generi musicali diversi senza mai tradire la propria essenza.
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