Ad Haiti l’ennesima strage: il massacro nel dipartimento dell’Artibonite e le accuse dell’Onu alla polizia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sull’isola caraibica, dove la violenza delle bande armate ha ormai assunto i contorni di un conflitto endemico, una nuova, terrificante incursione ha insanguinato le zone rurali del dipartimento dell’Artibonite. L’attacco, avvenuto nel corso del fine settimana a Jean-Denis, nel comune di Petite-Rivière, sarebbe stato sferrato dai miliziani della fazione Gran Grif, una delle organizzazioni criminali più potenti del paese e già dichiarata come entità terroristica dagli Stati Uniti. Le modalità dell’assalto rivelano una pianificazione precisa, finalizzata a isolare il bersaglio: prima di scatenare l’inferno, gli assalitori hanno infatti provveduto a scavare profonde trincee lungo le strade di accesso, una tecnica già utilizzata in passato per ostacolare o ritardare l’arrivo delle forze di sicurezza, lasciando di fatto la popolazione inerme in balia dei soprusi.

Il bilancio provvisorio e la paura degli sfollati

Le cifre relative a questa ennesima strage, sebbene ancora frammentarie a causa della difficoltà di accesso alle aree colpite, dipingono un quadro di una violenza inaudita. Se le autorità di polizia avevano inizialmente parlato di una decina di vittime, le testimonianze raccolte sul campo e le dichiarazioni delle organizzazioni per i diritti umani hanno costretto a rivedere al rialzo queste stime: si teme che il numero dei morti possa raggiungere o addirittura superare le settanta unità. I feriti, molti dei quali in condizioni critiche, sarebbero almeno una trentina, mentre il numero degli sfollati causati da questa sola operazione – durante la quale gli uomini armati hanno incendiato decine di abitazioni e fatto fuoco contro i civili che tentavano la fuga – tocca quota seimila. Le vittime, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, sono state spesso rastrellate all’interno delle loro case e giustiziate a sangue freddo, un copione che nella regione dell’Artibonite, cuore agricolo del paese, si ripete con inquietante regolarità ormai da anni.

L’espansione delle gang e il dossier dell’Onu sulle forze dell’ordine

Questo attacco, però, non è che l’ultimo, drammatico tassello di una crisi di sicurezza che sta risucchiando l’intera nazione. Mentre la Gran Grif consolidava il proprio potere sulle rotte strategiche e terrorizzava la popolazione rurale, un nuovo dossier pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ha acceso i riflettori su un altro fronte altrettanto preoccupante: quello della risposta statale. Il rapporto, che copre un arco temporale ampio arrivando fino ai primi mesi del 2026, accusa la Polizia Nazionale Haitiana di aver fatto ricorso a esecuzioni sommarie e a un uso spropositato e letale della forza, in particolare durante le operazioni condotte nella capitale Port-au-Prince. Le Nazioni Unite hanno documentato quasi 250 casi di presunte esecuzioni sommarie di presunti membri di gang o collaboratori, sollevando dubbi sulla legalità di alcune operazioni condotte anche con l’ausilio di droni e mezzi aerei, le quali – secondo gli investigatori – avrebbero talvolta assunto le caratteristiche di veri e propri “omicidi mirati” al di fuori di ogni procedura giudiziaria.

Il consolidamento del potere criminale e la crisi umanitaria

A rendere il contesto ancora più esplosivo è la capacità di resilienza dimostrata dai gruppi armati, nonostante la pressione internazionale. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Trump, hanno già classificato la Gran Grif e la coalizione Viv Ansanm come organizzazioni terroristiche straniere, imponendo sanzioni mirate per prosciugarne i flussi finanziari. Queste misure, tuttavia, non hanno arrestato l’espansione territoriale delle gang, che oggi controllano importanti rotte marittime e stradali, creando una sorta di stato parallelo dove il traffico illecito prospera indisturbato. Il prezzo pagato dalla popolazione civile è devastante: secondo le stime più aggiornate delle agenzie Onu, circa 1,4 milioni di haitiani sono stati costretti a lasciare le proprie case, vivendo in condizioni disperate come sfollati interni. Le vittime di questa guerriglia ormai pluriennale, che ha trasformato il paese in un mosaico di aree off-limits per le istituzioni, hanno superato quota cinquemila solo nel corso del 2025, un numero che riflette l’incapacità cronica di ripristinare l’ordine in un territorio abbandonato dalla legge.

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