Live Aid, quarant’anni dopo: quando la musica sfidò la fame
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Era il 13 luglio 1985 quando due palchi, separati dall’Atlantico ma uniti dallo stesso obiettivo, trasformarono la musica in un grido collettivo contro la carestia che stava devastando l’Etiopia. Quarant’anni dopo, il Live Aid – ideato dall’irlandese Bob Geldof e dal britannico Midge Ure – resta un punto di svolta, non solo per la storia del rock, ma per la capacità di unire milioni di persone sotto una causa comune. Quella maratona di sedici ore, trasmessa in diretta in oltre cento paesi, non fu solo un concerto: fu un esperimento sociale senza precedenti, in cui le note di David Bowie, i riff dei Led Zeppelin e la voce di Freddie Mercury diventarono moneta di scambio per raccogliere fondi.
A Wembley e al JFK Stadium di Filadelfia si alternarono icone come Madonna, Sting e Mick Jagger, mentre Phil Collins, volando su un Concorde, riuscì a esibirsi in entrambe le sponde dell’oceano. Ma a colpire, più delle esibizioni, fu l’audacia dell’evento: un’operazione globale che sfruttò per la prima volta su scala massiccia i satelliti, anticipando l’era della connessione istantanea. I Queen, con la loro performance ormai mitizzata, dimostrarono che il palco poteva essere una piazza ideale, capace di trascendere confini e differenze.
Oggi, a distanza di quattro decenni, quell’eredità rivive in un musical che ne ripercorre le tappe, ma anche nelle iniziative che continuano a vedere la musica come strumento di mobilitazione. Se allora l’obiettivo era raccogliere fondi – si stima che ne furono versati oltre 150 milioni di dollari –, oggi il Live Aid è studiato come un caso di comunicazione di massa, in cui la cultura pop si fece carico di un’emergenza umanitaria.




