Medici di famiglia, in Puglia ne mancano 279 e il ricambio generazionale non tiene il passo con i pensionamenti
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Redazione Interno
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La medicina territoriale, pilastro fondamentale del sistema sanitario nazionale e baluardo contro il sovraffollamento dei pronto soccorso, attraversa una fase di criticità strutturale profonda, la cui evidenza numerica, ormai incontrovertibile, emerge con chiarezza dai più recenti report della Fondazione Gimbe. Il dato nazionale, che parla di una carenza di oltre cinquemilasettecento medici di medicina generale, fotografa una realtà fatta di ambulatori sempre più saturi e di cittadini, specialmente nelle aree più popolose e in quelle interne, costretti a percorrere decine di chilometri per una visita o per il rinnovo di una prescrizione; in questo quadro complessivo, la situazione della Puglia si inserisce con numeri che, sebbene non siano i più drammatici in assoluto, destano comunque preoccupazione per le proiezioni future e per l'impatto concreto sulla vita quotidiana delle persone.
Secondo le stime elaborate dall'ente presieduto da Nino Cartabellotta, nella regione mancherebbero all'appello, per poter garantire quel rapporto ottimale di un camice bianco ogni milleduecento assistiti, circa duecentosettantanove professionisti. Un deficit che, però, non tiene conto della dinamica demografica in atto nel medico stesso: entro il duemilaventotto, come emerge da dati sindacali, si conteranno su tutto il territorio regionale settecentodue unità in meno, una previsione che tiene conto dei pensionamenti e della cronica difficoltà a reclutare nuove leve, le quali, sempre più spesso, guardano ad altre specializzazioni o a percorsi professionali che garantiscano maggiori tutele e minori oneri burocratici.
Il paradosso delle borse di studio e la fuga dalla professione
Il nodo cruciale della questione, al di là dei numeri assoluti, risiede nell'attrattività della professione, o meglio nella sua drammatica perdita. Le scuole di specializzazione in medicina generale, nonostante l'incremento delle borse di studio avvenuto negli anni passati per far fronte all'ondata di pensionamenti del baby boom, faticano a coprire i posti messi a bando; meno della metà dei contratti disponibili, stando alle rilevazioni, risulta attualmente assegnato, un fenomeno che non riguarda soltanto il Mezzogiorno ma che assume contorni preoccupanti anche in regioni del centro-nord come la Toscana e l'Emilia-Romagna. Il paradosso è evidente: mentre la domanda di cura, alimentata da una popolazione over sessantacinquenne in costante aumento e spesso gravata da multiple cronicità, cresce in modo esponenziale, l'offerta di professionisti si contrae, e lo fa per ragioni che affondano le radici nella scarsa considerazione sociale e nella sempre più farraginosa organizzazione del lavoro quotidiano.
A pesare sulla scelta dei giovani laureati è il confronto con i percorsi ospedalieri, non solo in termini economici, laddove le borse di studio per le specializzazioni universitarie risultano più consistenti, ma anche per la qualità della vita lavorativa. Il medico di famiglia, infatti, opera come libero professionista convenzionato, un inquadramento che lo espone a spese vive per l'ambulatorio, la strumentazione e il personale, senza garantire alcuna copertura per malattia, ferie o maternità, un aspetto, quest'ultimo, che incide in modo particolare sulla scelta delle giovani dottoresse. In Puglia, come in molte altre regioni, la media di assistiti per medico si attesta sui milleduecentotrentuno, un valore che di per sé non sarebbe insostenibile se non si considerasse la complessità clinica di una platea di pazienti sempre più anziani e fragili, i quali richiedono un tempo di ascolto e gestione che il numero di accessi quotidiani non può più garantire.
Le conseguenze nei piccoli comuni e le difficoltà del territorio
Se nei centri urbani la difficoltà di reperire un nuovo medico di base si traduce in liste d'attesa e nell'accorpamento forzato degli assistiti in carico ai pochi professionisti rimasti, nei piccoli comuni il problema assume i contorni di un'emergenza sociale, quando non di una vera e propria crisi istituzionale. I sindaci dei paesi più isolati, specialmente nelle aree interne del Subappennino dauno e della Murgia, si trovano spesso a dover denunciare pubblicamente l'assenza di assistenza sanitaria di prossimità, con gli ultri settantenni costretti a spostarsi con mezzi propri per poter effettuare una visita o anche solo per ottenere una ricetta. La situazione, aggravata dalla morfologia stessa del territorio e dalla carenza di collegamenti, finisce per vanificare qualsiasi diritto alla salute sancito a livello costituzionale.
L'analisi dei dati, che evidenzia una diminuzione complessiva di oltre cinquemila medici di famiglia a livello nazionale tra il duemiladiciannove e il duemilaventiquattro, racconta una storia di programmazione sanitaria inadeguata, incapace di prevedere per tempo il massiccio esodo di professionisti che si sarebbe verificato nel corso di questo decennio. Mentre la Lombardia, con i suoi millecinquecentoquaranta medici mancanti, e il Veneto, con settecentoquarantasette, detengono il primato negativo, la Puglia, sebbene mostri un numero inferiore, non può certo considerarsi immune da un fenomeno che sta ridisegnando la geografia della cura, e lo fa in un contesto in cui l'età media dei professionisti in attività continua ad aumentare, avvicinandoli inesorabilmente alla fatidica soglia pensionabile.
Il confronto con le altre regioni e il nodo dei parametri
La disparità tra i territori emerge con forza dalle rilevazioni della Fondazione Gimbe, che fotografano un'Italia spaccata in due: da un lato Basilicata, Molise e Sicilia, dove la carenza non viene formalmente rilevata, dall'altro la stragrande maggioranza delle regioni, costretta a fare i conti con un numero di assistiti per medico che supera ampiamente la media nazionale di mille trecentottantatré. In questo scenario, il dato pugliese si colloca in una posizione intermedia, ma il rischio concreto è che la situazione possa degenerare rapidamente, qualora non si inverta la tendenza che vede i giovani medici preferire altre strade, magari più remunerative o meno esposte ai rischi di aggressioni e di burnout.
Il parametro dei milleduecento assistiti, utilizzato dall'Osservazione di Cartabellotta per calcolare il fabbisogno, è in realtà un indicatore che, sebbene efficace a livello macro, sconta alcune limitazioni quando applicato a contesti locali molto specifici, dove la densità abitativa e la distribuzione geografica della popolazione incidono pesantemente sui carichi di lavoro. Ciò nonostante, l'allarme lanciato dai sindacati di categoria e dagli stessi ordini professionali, con le loro proiezioni al duemilaventotto, impone una riflessione che i decisori politici non possono più rimandare, pena la desertificazione sanitaria di interi comprensori regionali.
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