Buffon gigante da Prima Repubblica: il potere, quello vero, si comporta così

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ci sono tre persone al tavolo dei relatori della conferenza di presentazione di Rino Gattuso come nuovo commissario tecnico della Nazionale, e ognuna di loro rappresenta un pezzo diverso del puzzle del calcio italiano. Il primo è Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, che ha aperto i lavori con un discorso istituzionale, spiegando – non senza qualche retorica – le ragioni della scelta. Il secondo è lo stesso Gattuso, l’uomo chiamato a guidare gli azzurri verso il Mondiale, che non ha nascosto le contraddizioni del suo passato da calciatore: "Col casino tattico che facevo in campo, io non mi schiererei, per l’idea che ho di calcio". Una sincerità che, se da un lato potrebbe far sorridere, dall’altro lascia intravedere un approccio pragmatico, lontano dai cliché.

La terza figura, sebbene non fisicamente presente, è quella di Gianluigi Buffon, citato quasi come un’ombra benevola, un simbolo di quel potere che – nella Prima Repubblica come oggi – si muove con discrezione, lasciando che siano altri a occupare la scena. Buffon, che pure non ha mai ricoperto ruoli dirigenziali di primo piano, incarna ancora quell’idea di autorità silenziosa, capace di influenzare senza bisogno di alzare la voce.

Intanto, tra le dichiarazioni ufficiali e le aspettative, spiccano le parole di Ignazio La Russa, presidente del Senato e noto tifoso interista, il quale – intervistato da La Gazzetta dello Sport – ha confessato: "Il mio amore per la Nazionale è anche maggiore di quello che ho per l’Inter". Un’affermazione che, al di là del significato sportivo, sembra riflettere il tentativo di ricucire uno strappo con il mondo del calcio, dopo anni di polemiche e divisioni.

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