Rogoredo, il caso Cinturrino si allarga: “Chiedeva pizzo e droga, percuoteva con un martello”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le acque, nel lago apparentemente tranquillo del quartiere milanese di Rogoredo, si sono rivelate assai più profonde e torbide di quanto si potesse immaginare nelle ore successive allo sparo che, il 26 gennaio, ha ucciso Abderrahim Mansouri, per tutti Zack, pusher ventottenne di origine marocchina. L’arresto dell’assistente capo della Polizia di Stato, Carmelo Cinturrino, avvenuto dopo quasi un mese di indagini serrate, non ha solo smontato pezzo dopo pezzo la fragile costruzione della legittima difesa – quella pistola giocattolo piazzata frettolosamente accanto al cadavere, quel ritardo di ventitre minuti nel chiedere soccorso mentre la vita abbandonava il Corpo di Mansouri – ma ha spalancato le porte su un universo di relazioni pericolose, violenza abituale e presunte richieste estorsive che avrebbero trasformato un rappresentante della legge in una sorta di signore assoluto di quella porzione di bosco.

Il quadro, delineato nelle diciotto pagine del decreto di fermo e arricchito dalle testimonianze dei colleghi – quelli stessi che, inizialmente chiamati a deporre come semplici informatori, avevano avallato la versione dell’agente, salvo poi, una volta indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, correggere il tiro in modo significativo – è quello di un sistema consolidato. Un sistema in cui Cinturrino, noto nel quartiere come Luca ma anche soprannominato Thor per via dell'uso, pare, di un martello, imponeva la sua legge. “Voleva che tirassero fuori droga e soldi, spacciatori e tossici”, avrebbe riferito uno dei poliziotti ora finito nel mirino della Procura, dipingendo il ritratto di un uomo che non si limitava a reprimere lo spaccio, ma che sembrava gestirlo in prima persona, selezionando probabilmente chi poteva operare e a quali condizioni. E non è tutto: le cronache giudiziarie parlano di veri e propri pestaggi, condotti con accanimento, ai danni di un disabile che frequentava l’area, un atto di violenza gratuita che stride con la divisa che pur indossava.

La messinscena e il silenzio dei complici: la genesi giudiziaria di un caso che travalica l’omicidio

La Procura di Milano, con il procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia, ha lavorato su più fronti, e se il fermo per omicidio volontario ha rappresentato lo sbocco inevitabile per un delitto che presentava fin da subito zone d’ombra – la traiettoria del proiettile, che colpì Mansouri alla tempia destra mentre probabilmente cercava di darsi alla fuga, e l’assenza di tracce biologiche della vittima sulla pistola finta, che viceversa era piena del dna di Cinturrino – è sull’humus che ha permesso a quel delitto di maturare che ora si concentrano le attenzioni. Perché, come emerso dalle dichiarazioni di un altro agente, l’intenzione di “prendere” Zack era nota: Cinturrino ne conosceva gli orari, e non è escluso che tra i due vi fossero motivi di tensione, forse legati al rifiuto, da parte del giovane marocchino, di sottostare a quelle richieste estorsive che alcuni testimoni hanno cominciato a tratteggiare. Si parla di duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno, una sorta di pizzo che avrebbe garantito a Mansouri di spacciare indisturbato, ma che lo stesso avrebbe voluto denunciare, firmando forse la propria condanna a morte. E se Cinturrino, come sostiene il suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, non ha mai preso un centesimo, la mole di dichiarazioni raccolte – per quanto ancora tutte da verificare in sede processuale – disegna uno scenario inquietante, in cui il poliziotto avrebbe garantito protezione a pusher italiani in cambio di migliaia di euro, come riportato in un’annotazione finita agli atti.

Il dibattito politico e le pieghe del decreto sicurezza: lo scudo che divide

Mentre la magistratura procede nel suo lavoro certosino, cercando di distinguere tra mele marce e un eventuale marciume più esteso che potrebbe aver coinvolto altri agenti del commissariato Mecenate – e le verifiche ispettive interne, annunciate dal questore Bruno Megale, sono già state avviate per scovare eventuali errori o omissioni del passato – la politica si è immediatamente impadronita del caso, trasformandolo in un terreno di scontro ideale. Al centro della bufera, inevitabilmente, è finito il nuovo decreto Sicurezza, quel provvedimento che modifica le tutele per gli agenti, introducendo di fatto un filtro alla loro iscrizione automatica nel registro degli indagati e garantendo la copertura delle spese legali. Un testo che, dopo essere stato annunciato con enfasi sull’onda emotiva di precedenti scontri, ha ricevuto la bollinatura della Ragioneria dello Stato proprio nei giorni in cui la vicenda Cinturrino deflagrava in tutta la sua gravità. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, non ha usato mezzi termini, parlando di “impunità preventiva” e chiedendo al governo di rivedere quella parte della norma, sottolineando come nemmeno le forze dell’ordine, a suo dire, l’avessero richiesta. Una presa di posizione che ha trovato eco nelle parole della capogruppo dem Chiara Braga, la quale ha sollecitato scuse da parte di chi, nei giorni immediatamente successivi all’omicidio, si era affrettato a definire Cinturrino un eroe, cavalcando l’onda della presunta legittima difesa prima ancora che qualsiasi accertamento fosse compiuto.

La prudenza del governatore e il tradimento della divisa: una vicenda che scotta

In questo clima incandescente, anche il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, è stato costretto a intervenire, cercando di smorzare i toni ma finendo, suo malgrado, per alimentare ulteriori polemiche. “Il fatto che qualcuno sia stato un po’ troppo frettoloso, non mi pare sia una colpa”, ha dichiarato, riferendosi proprio a quella mozione della Lega che, dieci giorni dopo il delitto, celebrava l’operato dell’agente. Un tentativo di normalizzazione che, però, stride con la durezza delle parole arrivate dai vertici nazionali. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata netta nel definire quanto emerso come un “tradimento nei confronti della nazione e della dignità delle Forze dell’Ordine”, ribadendo la necessità di essere “implacabili” con chi sbaglia. Parole pesanti come macigni, che sottolineano lo sconcerto e la distanza tra la retorica del sostegno incondizionato alle divise e la realtà di un caso di cronaca nera che ha visto un poliziotto trasformarsi da presunto difensore della legge a presunto carnefice, lasciando dietro di sé una scia di domande inquietanti sui metodi, le complicità e il silenzio che, per troppo tempo, potrebbero aver avvolto le sue presunte attività nel boschetto di Rogoredo.

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