Il bosco di Rogoredo, un colpo da trenta metri e il precedente in tribunale
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Redazione Interno
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La dinamica dello sparo, che la scorsa settimana ha ucciso il ventottenne marocchino Abderrahim Mansour nel bosco di Rogoredo, si delinea con sempre maggiore precisione attraverso i rilievi della scientifica e le prime valutazioni degli investigatori. L'agente, la cui posizione è attualmente iscritta nel registro degli indagati per il capo d'accusa, particolarmente gravoso, di omicidio volontario, si trovava infatti ad ampia distanza dall'uomo quando ha esploso il colpo di pistola d'ordinanza. Una distanza stimata non in venti, bensì in trenta metri, come sembrerebbe dimostrare la traiettoria del proiettile, rinvenuto all'interno della scatola cranica della vittima senza averla trapassata. Un particolare, quest'ultimo, che esclude di per sé un colpo a bruciapelo e che, unito al fatto che nel caricatore dell'arma risultavano essere ancora presenti tutti i proiettili ad eccezione di uno, comincia a tracciare i contorni tecnici di una vicenda il cui impatto giudiziario e sociale rimane profondo.
Il test balistico e le ombre di un arresto
Proprio per accertare le reali condizioni in cui avvenne lo sparo, gli accertamenti potrebbero ora condurre a un esperimento balistico empirico, volto a simulare l'effetto di un colpo esploso da diverse distanze e in condizioni di luce simili a quelle del tardo pomeriggio di quel lunedì. Parallelamente, sulla figura dell'assistente capo coinvolto si allungano le ombre di un precedente procedimento giudiziario. Un anno fa, il Tribunale di Milano, nelle motivazioni di una sentenza di assoluzione per un tunisino accusato di detenzione di cocaina, aveva rilevato come nel verbale d'arresto e nella relazione di polizia giudiziaria redatti dallo stesso agente figurassero "numerose affermazioni che non coincidono" con quanto registrato dalle telecamere di sorveglianza. Quelle annotazioni, giudicate così incongruenti da spingere i giudici a trasmettere gli atti alla procura per una valutazione di "condotte penalmente rilevanti", offrono oggi uno spaccato inquietante su metodi e prassi che saranno oggetto di severo scrutinio.
La replica dell'agente e il peso dell'accusa
Di fronte alla pesante ipotesi di reato, la difesa dell'assistente capo ha replicato con fermezza, sostenendo attraverso le parole di un collega che "un agente non può essere automaticamente iscritto nel registro degli indagati se si difende facendo il suo lavoro". Una posizione che sottolinea la delicatezza di ogni intervento di polizia in contesti ad alta tensione, come quello del controllo antispaccio nel quartiere milanese, ma che si scontra con la decisione del pubblico ministero di optare per l'accusa più severa. L'uomo ucciso, noto con il soprannome di Zack e ritenuto un esponente di una famiglia dedita allo spaccio nell'ex "bosco della droga", era un bersaglio lontano, e proprio questa lontananza fisica costituisce il nucleo centrale delle indagini che dovranno stabilire la sussistenza degli estremi della volontarietà dell'omicidio.
Le indagini tra ballistica e procedimenti passati
Il caso, pertanto, si sviluppa ora su due binari distinti ma destinati a intersecarsi: da un lato l'analisi tecnica più minuziosa, che dovrà ricostruire con esattezza la scena e i gesti di entrambi gli uomini coinvolti; dall'altro l'esame scrupoloso della condotta dell'agente, alla luce non solo di quanto accaduto a Rogoredo ma anche delle precedenti contestazioni giudiziarie. Le immagini delle telecamere che un anno fa smentirono il verbale, e il proiettile conficcato nel cranio a trenta metri di distanza, sono i tasselli di un mosaico complesso, dove ogni elemento sarà valutato per giungere a una verità processuale. Il bosco, teatro per anni di traffici illeciti, è oggi al centro di un'indagine che interroga i limiti e le modalità dell'azione di polizia in uno dei territori più simbolici della criminalità milanese.




