Rogoredo, l'autopsia sul 28enne ucciso: il colpo arrivava di lato mentre era girato
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Redazione Interno
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Le analisi condotte sul Corpo di Abderrahim Mansouri, il giovane di 28 anni colpito a morte da un proiettile partito dalla pistola d'ordinanza di un agente di polizia, consegnano agli inquirenti una fotografia tecnica che, lungi dal placare gli interrogativi, acuisce il bisogno di ulteriori chiarimenti. L'esame autoptico, eseguito dall'equipe di Cristina Cattaneo alla presenza dei periti di parte, ha infatti stabilito con certezza che la traiettoria del proiettile non era frontale, bensì laterale, entrando dalla regione anteriore della testa e uscendo da quella inferiore. Una dinamica, questa, che colloca la vittima in una posizione di fianco, o forse parzialmente di spalle, rispetto all'arma al momento dello sparo, un dettaglio che inevitabilmente si scontra con la versione inizialmente fornita dall'agente, il quale aveva dichiarato di aver agito dopo essere stato a sua volta minacciato con un'arma.
La distanza e i prossimi accertamenti
Dalle prime valutazioni emerge un altro dato significativo, ossia la distanza dalla quale sarebbe stato esploso il colpo letale, stimata dai consulenti della difesa dell'indagato come superiore ai venticinque metri. Una lunghezza non trascurabile, che dovrà essere confermata e analizzata nel dettaglio dalle indagini balistiche, le quali avranno il compito di ricostruire con precisione la scena, la traiettoria e le posizioni reciproche. Quelle indagini, decisive per il prosieguo delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Giovanni Tarzia, dovranno fare i conti con una verità anatomo-patologica che, per ora, sembra escludere uno scontro frontale diretto, ma che non permette neppure di sbilanciarsi verso una ricostruzione univoca degli eventi.
Le versioni a confronto e il procedimento giudiziario
La difesa del poliziotto, affidata all'avvocato Pietro Porciani, continua a sostenere la tesi della legittima difesa, trovando nella perizia sulla distanza una conferma alla narrazione del proprio assistito, secondo cui il gesto sarebbe stato compiuto per un percepito pericolo immediato. Dall'altro lato, l'avvocata della famiglia Mansouri, Debora Piazza, pone l'accento proprio sull'angolazione del colpo, che dimostrerebbe come il giovane non fosse rivolto verso l'agente in un atteggiamento minaccioso. Il magistrato, che ha iscritto l'agente nel registro degli indagati per il reato di omicidio volontario, si trova quindi a dover vagliare due ricostruzioni profondamente divergenti, in attesa che i risultati di tutti gli accertamenti tecnici, compresi quelli sulle eventuali sostanze rinvenute, possano delineare un quadro più completo.
Il contesto e la ricerca della verità processuale
L'episodio, avvenuto nel pomeriggio del 26 gennaio scorso durante un'operazione di controllo del territorio nel bosco di Rogoredo, area tristemente nota per gli spacciatori, ha riacceso il dibattito sui limiti dell'uso della forza e sulle procedure d'intervento. La morte di Abderrahim Mansouri, conosciuto come Zack, rimane al centro di un'indagine giudiziaria complessa, che procede senza clamori ma con la necessaria meticolosità, affrontando un caso in cui ogni elemento peritale può avere un peso decisivo. Il lavoro della magistratura, che prosegue il suo corso, è ora orientato a far luce su ogni singolo istante di quei drammatici momenti, al di là delle narrazioni preconcette.




