Il poliziotto Cinturrino e l’ipotesi del controllo sulla piazza di Rogoredo
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Redazione Interno
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A oltre un mese e mezzo di distanza da quel 26 gennaio, quando un colpo di pistola sparato dall’assistente capo Carmelo Cinturrino stroncò la vita di Abderrahim Mansouri, conosciuto come Zack, nel boschetto di Rogoredo, il quadro che emerge dalle indagini della Procura di Milano si arricchisce di dettagli inquietanti e getta una luce nuova, se possibile ancora più cupa, sulla vicenda. L’ipotesi investigativa, suffragata da testimonianze raccolte in queste settimane dalla Squadra mobile – e che necessitano ora di puntuali riscontri da parte del pool guidato dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia – è che alla base dell’omicidio vi fosse un disegno preciso, un piano per ristrutturare gli equilibri dello spaccio in quella che un tempo era considerata una delle più grandi piazze d’Europa.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, che hanno sentito una dozzina di testimoni tra pusher e tossicodipendenti che frequentano l’area, Cinturrino non sarebbe stato un semplice frequentatore del bosco, ma avrebbe agito con l’obiettivo di scalzare il gruppo facente capo alla famiglia Mansouri, sostituendo i suoi uomini con spacciatori provenienti da un’altra zona calda della città, quella del Corvetto. Le dichiarazioni raccolte, e che gli investigatori stanno verificando con attenzione, parlano di un contesto nel quale l’agente – oggi in carcere con l’accusa di omicidio volontario – avrebbe preteso denaro e droga in cambio di una sorta di protezione o, al contrario, per non ostacolare le attività illecite di alcuni pusher a lui vicini. Una dinamica, questa, che emerge anche dal racconto del cugino della vittima, il quale aveva già accennato all’esistenza di minacce e avvertimenti: Zack, secondo questa versione, sarebbe stato ripetutamente oggetto delle attenzioni di Cinturrino, il quale gli avrebbe intimato che prima o poi lo avrebbe fatto sloggiare da quella zona.
Le indagini, peraltro, non si concentrano esclusivamente sul movente del delitto, ma si stanno allargando a macchia d’olio per fare piena luce su quella che sembra configurarsi come una vera e propria attività parallela e criminale messa in atto dall’assistente capo del commissariato Mecenate. Non è un caso, del resto, che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza abbia disposto un’ispezione ministeriale proprio al commissariato Mecenate, il presidio di frontiera dove Cinturrino prestava servizio, per chiarire eventuali responsabilità e omissioni da parte dei colleghi. Al centro degli accertamenti, infatti, non c’è solo il comportamento dell’agente omicida, ma anche quello di altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, ai quali si contesta di aver coperto o quantomeno ignorato le presunte condotte illecite del loro collega, contribuendo a creare un alone di omertà attorno ai suoi metodi.
Le mire sul boschetto e i nuovi filoni d’inchiesta
La pista che porta al controllo della piazza di Rogoredo si intreccia con altri episodi, tutti da verificare, che dipingono il ritratto di un uomo delle istituzione che avrebbe tradito il giuramento per interessi personali e criminali. Tra le persone ascoltate, infatti, figura anche un giovane tunisino che Cinturrino arrestò nel 2024 con l’accusa di spaccio, salvo poi essere assolto poco più di un anno fa: un caso, quello del verbale di arresto rivelatosi falso, per cui l’agente è ora indagato e che rappresenta uno dei tasselli di un mosaico più complesso. Gli inquirenti stanno scandagliando il passato di Cinturrino per comprendere se i suoi rapporti con i pusher fossero sistematici e consolidati nel tempo, e se la sua presenza nel bosco fosse dettata da un disegno di estorsione continuata ai danni degli spacciatori, una sorta di pizzo che l’agente avrebbe imposto con la forza e la minaccia della divisa.
La ricostruzione della dinamica dell’omicidio, d’altra parte, è già stata ribaltata dalle evidenze scientifiche e testimoniali. Cinturrino, dopo aver inizialmente parlato di legittima difesa, sostenendo di aver reagito a un gesto minaccioso di Mansouri che impugnava una pistola, si è visto smentire punto su punto: l’arma – una replica di una Beretta con il tappo rosso – fu portata sul posto da un collega su sua richiesta, prelevandola dal commissariato, e posizionata accanto al del 28enne dopo che questi era già stato colpito a morte. Un depistaggio, quello messo in atto dall’agente, che stride con il ritardo colposo con cui vennero allertati i soccorsi: ben ventitré minuti trascorsero tra lo sparo e la chiamata al 118, minuti in cui Mansouri, agonizzante, avrebbe forse potuto essere salvato.
Le zone d’ombra al Corvetto e il ruolo degli altri agenti
Parallelamente agli sviluppi sul fronte del controllo di Rogoredo, gli investigatori stanno lavorando per comprendere se Cinturrino agisse in totale autonomia o se potesse contare su una rete di complicità, non solo passive, all’interno del commissariato. Le testimonianze raccolte, infatti, accennano a una possibile protezione accordata ad alcuni pusher del quartiere Corvetto, dove l’agente risiedeva, creando di fatto un doppio binario: da una parte la pressione e le richieste estorsive nei confronti degli spacciatori legati a Mansouri, dall’altra un atteggiamento più morbido, se non di favore, verso altri gruppi. Un meccanismo, questo, che avrebbe potuto garantire all’assistente capo introiti illeciti e un ruolo di potere nell’ecosistema dello spaccio cittadino, un ruolo per il quale, secondo l’ipotesi accusatoria, Cinturrino sarebbe stato disposto a tutto, anche a uccidere.
La macchina giudiziaria, ora, è chiamata a fare piena luce su ogni aspetto di questa vicenda, a partire dalla verifica delle decine di segnalazioni giunte in Procura da parte di persone che affermano di essere state vittime di violenze o estorsioni da parte del poliziotto. L’obiettivo è duplice: accertare le responsabilità penali di Cinturrino per l’omicidio di Mansouri e per i reati satellite – estorsione, tentata estorsione e falso – che via via stanno emergendo, e comprendere se dietro la sua uniforme si celasse una mela marcia o se, più inquietantemente, il suo comportamento fosse tollerato in un ambiente dove lo sguardo è stato spesso distratto.




