Il poliziotto, il pusher e le certezze infrante: la politica alla prova del caso Rogoredo
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Redazione Interno
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C’è un video, girato nei concitati momenti successivi allo sparo di quel 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, che forse più di ogni altra cosa restituisce il senso di una narrazione politica costruita sulla sabbia. Si vede l’eurodeputata leghista Silvia Sardone, con la determinazione di chi ha già inteso la lezione dei fatti ancor prima che gli inquirenti potessero accertarla, ergersi a difesa dell’assistente capo Carmelo Cinturrino, quell’agente che, a suo dire, “meriterebbe un premio” e che invece, in modo assurdo, si ritrovava indagato per aver fatto semplicemente il proprio dovere, ovvero per aver ucciso un presunto spacciatore che lo minacciava con una pistola. Quella stessa Sardone, nei giorni successivi, avrebbe cancellato il filmato, ripostato da altri utenti tra cui la consigliera comunale Ilaria Salis, per poi pubblicarne un secondo in cui ribadiva, quasi a voler scongiurare l’imbarazzo di un ravvedimento, la propria incondizionata vicinanza alle forze dell’ordine e la fiducia riposta nella versione iniziale fornita dal poliziotto. Ecco, quel video virale, quella gaffe trasformata in boomerang, rappresenta plasticamente la “Caporetto della propaganda” che ha caratterizzato l’approccio di una certa parte politica alla vicenda, un approccio che ha visto nella cronaca nera non tanto un fatto da comprendere nelle sue complesse sfaccettature, quanto un pretesto per innestare le proprie narrative identitarie.
La sceneggiatura della propaganda e lo scudo penale
La dinamica, in fondo, è parsa subito chiara a chi ha voluto leggere la vicenda come una perfetta pièce teatrale a tinte forti: il buono, che indossa una divisa dello Stato, si trova costretto a sparare al cattivo, che per giunta è nero e immigrato, e per questo gesto di eroica difesa viene persino indagato da un magistrato. Fine della storia, o meglio, inizio di una nuova battaglia politica. Ed è proprio su questo schema che, nelle settimane successive al fattaccio di Rogoredo, la maggioranza di governo ha innestato l’acceleratore su due provvedimenti cardine della propria azione: il decreto sicurezza e il cosiddetto scudo penale per le forze dell’ordine, presentati come un baluardo necessario a proteggere chi ogni giorno rischia la vita per strada da quelle che venivano definite “inchieste facili” della magistratura. Ma la realtà, come spesso accade quando si ha la pazienza di attendere il lavoro degli inquirenti, si è incaricata di smontare pezzo dopo pezzo quella sceneggiatura tanto semplice quanto efficace. Le indagini coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal pm Giovanni Tarzia hanno cominciato a far emergere dettagli inquietanti: sull’arma, una pistola giocattolo, ritrovata accanto al del ventottenne Abderrahim Mansouri, non c’erano tracce del suo DNA, ma solo quello di Cinturrino; il pusher, hanno raccontato alcuni testimoni, aveva paura di quell’agente che, a suo dire, lo taglieggiava chiedendogli denaro e droga; la chiamata al 112, poi, era arrivata solo ventitré minuti dopo lo sparo, un lasso di tempo in cui, forse, la vita del ragazzo avrebbe potuto essere salvata e in cui, stando alle accuse, sarebbe stata messa in scena la finzione della legittima difesa.
Colpevoli a prescindere e il diritto alla verità
Da quel momento, il copione si è ribaltato e con esso le posizioni, dimostrando una certa miopia di chi, a destra come a sinistra, pretende di avere in tasca la verità ancor prima che sia la legge a stabilirla. Se la propaganda del centrodestra aveva costruito il proprio castello sull’eroismo del poliziotto, le opposizioni, in particolare da Alleanza Verdi Sinistra e dal Partito Democratico, hanno colto la palla al balzo per chiedere a gran voce le scuse del governo e il ritiro immediato di quelle norme sulla sicurezza che, a loro dire, avrebbero di fatto impedito o quantomeno ostacolato l’emersione della verità. “Per fortuna non è stato ancora approvato lo scudo penale”, ha tuonato la senatrice Ilaria Cucchi, “perché con quella norma forse la verità non l’avremmo saputa mai”. Un’affermazione, questa, che si scontra però con il parere di numerosi giuristi, i quali hanno spiegato come, in realtà, anche con le nuove disposizioni, l’indagine e il fermo di Cinturrino sarebbero stati non solo possibili, ma doverosi, non potendo una legge ordinaria derogare al principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. E così, mentre la premier Giorgia Meloni, in una nota diramata da Palazzo Chigi, parlava di “profonda rabbia” per il tradimento di chi ha “sporcato” l’onore delle divise, e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ribadiva che “non faremo sconti a nessuno”, la sensazione diffusa era quella di una classe politica che, nell’urgenza di cavalcare il sentimento popolare o di marcare il punto contro l’avversario, aveva dimenticato la lezione più elementare dello Stato di diritto: che i processi si fanno nelle aule dei tribunali, non sui social network o nelle dichiarazioni a caldo, e che la verità, quella vera, ha sempre bisogno di tempo per emergere dalle pieghe intricate di una indagine.
Oltre lo slogan: il peso di un'indagine
La vicenda di Rogoredo, insomma, ha finito per rappresentare una sorta di paradigma dei rischi insiti in quella che potremmo definire una “politica dell’emergenza”, fatta di decreti varati sull’onda emotiva di un singolo episodio di cronaca e di dichiarazioni roboanti che mirano più a rassicurare la propria base elettorale che a comprendere la complessità del reale. Che Cinturrino sia un “traditore” o un “colpevole a prescindere” lo diranno, semmai, i tre gradi di giudizio che dovranno accertare le sue responsabilità, a partire da quelle confessioni parziali rese in questi giorni in carcere, dove avrebbe ammesso di aver posizionato lui l’arma sul luogo del delitto, pur negando qualsiasi coinvolgimento in un presunto giro di spaccio e protezioni. E mentre i suoi quattro colleghi, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati trasferiti ad incarichi non operativi, la domanda che resta, sospesa nell’aria viziata del dibattito politico, è se da questa brutta storia si riuscirà a trarre un insegnamento: che la fretta di giudicare è quasi sempre cattiva consigliera e che, al di là delle divise e delle bandiere, l’unico scudo che dovrebbe proteggere un cittadino, sia esso un poliziotto o un pusher, è quello garantito da un processo giusto e da un’accertamento imparziale dei fatti.




