Pusher ucciso a Rogoredo, i precedenti dell'agente sotto la lente della procura
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Redazione Interno
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La luce tagliente dei riflettori giudiziari, dopo l'omicidio di Abderrahim Mansouri nel bosco della droga di Rogoredo, non si posa soltanto sulla dinamica di quel colpo di pistola esploso nel pomeriggio di lunedì, ma scava a ritroso nella carriera dell'agente che l'ha sparato. L'assistente capo della polizia, un uomo di 42 anni in servizio al commissariato Mecenate, è indagato per omicidio volontario e la sua dichiarazione – secondo cui avrebbe agito in legittima difesa dopo che il pusher gli avrebbe puntato contro un'arma, poi rivelatasi a salve – costituisce il nucleo attorno al quale si sta costruendo l'inchiesta. La procura di Milano, che ha definito il caso come una priorità da seguire «giorno e notte», deve ora vagliare con scrupolo ogni elemento, cercando di separare la verità fattuale dalla ricostruzione fornita dall'uomo in uniforme.
Il precedente che riemerge dagli archivi
A complicare il quadro, e a offrire alla magistratura una prospettiva più ampia sulla condotta dell'agente, è riemerso un episodio di quasi due anni prima, risalente al maggio del 2024. In quella circostanza, lo stesso poliziotto aveva eseguito l'arresto di un presunto spacciatore, redigendo il consueto rapporto operativo. Quel procedimento, però, si è concluso nel gennaio del 2025 con un'assoluzione piena, poiché le prove a sostegno dell'accusa si sono rivelate inesistenti. Una conclusione che di per sé non rappresenta un giudizio sull'operato dell'agente, ma che ha innescato un meccanismo di verifica più approfondito da parte dell'autorità giudiziaria.
Le incongruenze segnalate dal Tribunale
È stato il giudice del Tribunale di Milano, infatti, a sollevare obiezioni sostanziali sul modo in cui quell'arresto era stato documentato, ordinando la trasmissione degli atti in procura «per la valutazione di eventuali condotte penalmente rilevanti». La motivazione, asciutta e tecnica, risiede in una disarmonia tra la versione scritta dall'agente e la registrazione delle telecamere di sorveglianza. Il tribunale ha rilevato, nelle sue note, la presenza di «numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini». Si tratta di discrepanze che, sebbene non abbiano un collegamento diretto con la tragica sparatoria di via Impastato, disegnano uno sfondo sul quale valutare l'attendibilità delle successive dichiarazioni dell'indagato.
Un quadro in attesa di definizione
La vicenda, nel suo complesso, si dipana dunque su due binari temporali distinti ma potenzialmente convergenti nell'analisi della condotta professionale. Da un lato, c'è la necessità impellente di ricostruire i secondi concitati che hanno portato alla morte del ventottenne marocchino, verificando minuziosamente ogni passaggio della dinamica e l'effettiva sequenza degli eventi. Dall'altro, il passato giudiziario dell'agente viene esaminato con rinnovata attenzione, non per stabilire una responsabilità nell'episodio attuale, ma per comprenderne il metodo operativo e la correttezza nella redazione dei verbali. La procura si muove in questo labirinto di fatti e registrazioni, consapevole che ogni dettaglio, persino quelli apparentemente lontani, può contribuire a fare chiarezza su una morte avvenuta in un luogo già segnato da illegalità e degrado.




