Milano, il passato dubbioso dell'agente che ha sparato a Rogoredo riemerge dagli atti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il caso dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, il pusher marocchino ucciso da un colpo di pistola esploso da un agente di polizia nel pomeriggio di lunedì nella zona di via Impastato, si annoda attorno alle dichiarazioni dell'indagato e a una ricostruzione dei fatti che, come dichiarato dalla procura milanese, richiede un lavoro "giorno e notte". L'agente, un 42enne del commissariato Mecenate, durante l'interrogatorio ha sostenuto di aver agito per legittima difesa dopo che Mansouri gli avrebbe puntato contro un'arma, rivelatasi poi a salve. Una versione che gli inquirenti stanno verificando con scrupolo, analizzando ogni dettaglio di una dinamica avvenuta in uno dei cuori dello spaccio cittadino, il cosiddetto "bosco della droga" di Rogoredo.

Un precedente giudiziario che riaffiora

Mentre l'inchiesta procede, dalle carte del tribunale riemerge un episodio del 2024 che coinvolge lo stesso poliziotto, un fatto che di per sé non riverbera sulla sua attuale posizione processuale di indagato per omicidio volontario, ma che nondimeno solleva interrogativi sul suo operato. Si tratta dell'arresto di un giovane tunisino, presunto spacciatore, che è stato poi assolto nel gennaio del 2025 "per non aver commesso il fatto", in quanto le prove a suo carico risultavano inesistenti. Una sentenza che, seppur non influente sul caso in corso, costituisce un elemento di valutazione complessiva della condotta dell'uomo.

Il verbale contestato e le incongruenze

Alla base di quell'assoluzione, infatti, c'era un verbale di arresto e una relazione di polizia giudiziaria pieni di incongruenze. Il giudice delle direttissime di Milano, nella sentenza del 27 gennaio 2025, ha rilevato come in quei documenti fossero contenute "numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza". Una discrepanza tra quanto verbalizzato e quanto realmente accaduto, così grave da spingere il magistrato non solo ad assolvere l'imputato, ma anche a trasmettere gli atti alla procura per "la valutazione di eventuali condotte penalmente rilevanti" da parte dell'agente che aveva effettuato l'arresto. Lo stesso poliziotto, insomma, si era già trovato al centro di un'indagine per un verbale giudicato non veritiero.

La necessità di una ricostruzione precisa

Ora, a distanza di un anno e mezzo, la sua credibilità è nuovamente sotto esame per un fatto di gravità incomparabilmente superiore. L'attenzione degli investigatori, pertanto, si concentra su due binari paralleli: la dinamica dello sparo, da verificare meticolosamente attraverso ogni elemento balistico e testimoniale, e i "contorni" dell'evento, dove quel precedente giudiziario rappresenta un tassello di un puzzle più ampio. La procura, che lavora per delineare un quadro definitivo della tragedia di via Impastato, deve pertanto vagliare con estremo rigore ogni aspetto, separando le responsabilità del passato, che troveranno la loro sede giudiziaria, dalla verità su quanto accaduto nel bosco di Rogoredo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.