Milano, l'agente indagato per l'omicidio di Rogoredo e un vecchio verbale "non veritiero"
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Redazione Interno
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Nel silenzio elettrico che segue un colpo di pistola, nell'afa stantia del boschetto di Rogoredo, rispunta un fascicolo archiviato da tempo. Il poliziotto che lunedì scorso ha ucciso, sparando, il pusher marocchino Abderrahim Mansouri, sostenendo di essersi sentito minacciato da un'arma poi rivelatasi a salve, non è nuovo alle attenzioni della magistratura. Proprio lui, oggi indagato per omicidio volontario, fu infatti protagonista – nel ruolo di agente segnalante – di un arresto nel 2024 che il tribunale di Milano, nel gennaio del 2025, ha demolito pezzo per pezzo, fino a decretare l'assoluzione “per non aver commesso il fatto” di un giovane tunisino accusato di spaccio.
Il verbale che non regge alla prova delle telecamere
Quella sentenza, emessa dal giudice delle direttissime, si basa su un’analisi stringente e su una discrasia inquietante. Il magistrato, infatti, rilevò come “nel verbale di arresto e nella relazione della polizia giudiziaria siano contenute numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza”. Un giudizio netto, che portò non solo all'assoluzione dell’arrestato, ma anche a una decisione ulteriore: la trasmissione degli atti in procura, affinché si valutassero “eventuali condotte penalmente rilevanti” dell’agente che aveva redatto quel rapporto, lo stesso che si trova oggi al centro del caso Mansouri. Il verdetto del tribunale, insomma, dipingeva un quadro di incongruenze significative, sollevando interrogativi seri sulla ricostruzione fornita dall’uomo in divisa.
Due episodi distanti, un unico filo d’inchiesta
Quanto accaduto nell’agosto del 2024 e l’episodio di sangue di via Impastato restano, sul piano giuridico, due vicende separate. La prima, per quanto conclusa con un’assoluzione, non può e non deve riverberarsi automaticamente sulla seconda, dove il poliziotto – un 42enne del commissariato Mecenate – ha fornito una versione dei fatti che la procura deve verificare con scrupolo. Tuttavia, la riemersione di quel precedente impone, agli investigatori che lavorano “giorno e notte” sulla morte di Mansouri, una lente di ingrandimento supplementare. Se il racconto di un fermo, un tempo, non ha retto al confronto con le prove video, è inevitabile che la magistratura ponga un’attenzione ancora più critica e meticolosa su ogni dettaglio della nuova, tragica, dinamica.
La ricostruzione al vaglio della scienza e della legge
La linea difensiva dell’agente è chiara e si fonda sulla legittima difesa: Mansouri, durante lo scontro, gli avrebbe puntato contro una pistola, una minaccia immediata che lo avrebbe costretto a fare fuoco per primo. Un’affermazione che gli inquirenti stanno vagliando incrociando ogni dato a disposizione, dalle traiettorie dei proiettili alle dichiarazioni dei testimoni, dall’esame dell’arma a salve alla posizione dei corpi. In questo complesso puzzle investigativo, il passato dell’uomo diventa un tassello conoscitivo, una nota biografica che, pur non costituendo prova di colpevolezza per il fatto nuovo, delinea un precedente in cui la sua versione dei fatti fu giudicata inaffidabile dal tribunale. Un elemento, questo, che la procura non può ignorare mentre cerca di dipanare la matassa di un conflitto a fuoco durato pochi secondi e che ha spento una vita in uno dei luoghi simbolo della lotta alla droga milanese.




