Rogoredo, l'autopsia su Mansouri: il colpo alla tempia, il poliziotto sparò da oltre 25 metri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le indagini sulla morte di Abderrahim Mansouri, il ventottenne di origine marocchina ucciso da un colpo di pistola esploso da un agente di polizia nel pomeriggio del 26 gennaio a Milano, hanno un nuovo, fondamentale elemento. L'esame autoptico condotto sull'organismo della vittima, noto come Zack, consegna dati che sembrano contraddire, almeno in parte, la versione inizialmente fornita dal quarantunenne poliziotto, attualmente indagato per omicidio volontario. Il punto cruciale, emerso dalle analisi effettuate dall'equipe di Cristina Cattaneo all'istituto di medicina legale di via Ponzio, riguarda la dinamica del ferimento, la quale – stando a quanto appurato dai periti – appare incompatibile con uno scontro frontale. Mansouri, che quel giorno si trovava nel cosiddetto "bosco di Rogoredo", area tristemente nota per gli spacci, non è stato colpito mentre era rivolto di fronte all'agente.

La traiettoria del proiettile e le distanze

La ricostruzione che prende dalle osservazioni tecniche, alle quali hanno assistito i consulenti nominati sia dalla difesa dell'agente sia dalla famiglia della vittima, indica una traiettoria laterale. Il proiettile, unico, ha infatti raggiunto la testa di Mansouri alla tempia destra, penetrando da quella che viene definita come la parte anteriore e uscendo da quella inferiore. Una traiettoria obliqua, questa, che suggerirebbe come l'uomo fosse girato di lato o, addirittura, di spalle rispetto alla direzione di fuoco. Un particolare, quest'ultimo, che solleva interrogativi stringenti su quanto accaduto durante l'operazione di controllo antidroga, e che inevitabilmente sposta l'attenzione sulle dichiarazioni rese dall'agente al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, il quale aveva descritto di aver sparato perché l'uomo gli stava puntando un'arma addosso.

La difesa dell'agente e la lunga distanza di sparo

A rafforzare la tesi di una scena diversa da quanto ipotizzabile in un confronto diretto, interviene un secondo dato tecnico comunicato dall'avvocato difensore dell'agente, Pietro Porciani. Secondo il legale, infatti, le prime valutazioni peritali indicherebbero una distanza di sparo "maggiore di 25 metri". Una cifra significativa, che il difensore ritiene del tutto compatibile con il racconto del proprio assistito, quasi a voler sottolineare come, da una simile lontananza, la percezione delle reciproche posizioni e movimenti possa diventare meno nitida. Resta il fatto che, se confermata, una simile distanza renderebbe ancor più complessa la lettura di una reazione immediata a una minaccia ravvicinata, gettando una luce diversa sull'intera sequenza degli eventi che hanno portato alla tragica morte del giovane.

Le indagini proseguono nel silenzio delle parti

Il caso, che ha riacceso i riflettori sulle delicate operazioni di contrasto allo spaccio nelle periferie milanesi, è ora al centro di un approfondito esame giudiziario. I magistrati, che si avvarranno della relazione ufficiale degli esperti per ricostruire con esattezza i secondi fatali, dovranno valutare il peso di ogni singolo elemento emerso. Da un lato, la posizione della vittima al momento dell'impatto del proiettile; dall'altro, la considerevole distanza dalla quale quel proiettile sarebbe partito. Entrambi i fattori, presi insieme, disegnano un quadro che richiede analisi meticolose e che, per sua natura, esclude semplificazioni affrettate. La famiglia di Mansouri, rappresentata dall'avvocata Debora Piazza, attende ora ulteriori risposte, mentre la procura di Milano prosegue il proprio lavoro per accertare le effettive responsabilità penali in un fatto di sangue che ha scosso l'opinione pubblica.

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