Indagini sul poliziotto di Rogoredo: dalla sentenza di assoluzione di un tunisino alla morte di Mansouri
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Redazione Interno
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Le indagini sull’agente di polizia che ha ucciso con un colpo di pistola il ventottenne marocchino Abderrahim Mansouri durante un controllo antidroga a Rogoredo stanno portando alla luce un precedente procedimento giudiziario, il quale, già di per sé, aveva sollevato interrogativi significativi sull’operato dello stesso assistente capo. La procura di Milano, con i magistrati Marcello Viola e Giovanni Tarzia, sta infatti esaminando con cura non soltanto la dinamica dello sparo, avvenuto il 26 gennaio scorso quando Mansouri avrebbe puntato contro l’agente un’arma poi rivelatasi caricata a salve, ma anche un episodio risalente al 2024. Di quest’ultimo, il tribunale aveva espresso forti perplessità, tanto da archiviare il caso per cui era stato eseguito l’arresto e da inviare gli atti alla procura affinché valutasse possibili profili di responsabilità dello stesso poliziotto.
Le discordanze emerse dalla sentenza del 2024
Nel corso dell’anno passato, infatti, il tribunale di Milano aveva depositato le motivazioni di una sentenza di assoluzione per un cittadino tunisino, il quale era stato accusato di detenzione di cocaina ai fini di spaccio in seguito a quell’intervento. Nella sua dettagliata ricostruzione, il giudice aveva rilevato come il “verbale d’arresto” e la successiva relazione di polizia giudiziaria presentassero, usando le stesse parole della sentenza, “numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza”. Questa evidente discrepanza tra la versione scritta degli eventi e la prova video aveva quindi condotto non solo all’assoluzione dell’imputato, ma anche alla decisione di segnalare la condotta dell’assistente capo ai pubblici ministeri, affinché ne verificassero la rilevanza penale.
Il parallelismo tra i due casi sotto esame
Quella vicenda, che per molti versi rimaneva circoscritta all’ambito giudiziario, acquista ora un rilievo del tutto nuovo alla luce dei tragici fatti di via Impastato. Sebbene i due episodi siano separati nel tempo e per natura, l’elemento che li unisce è la figura dell’agente, la cui azione è finita sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori in due occasioni distinte ma ugualmente delicate. Gli inquirenti, coordinati dalla Squadra mobile, stanno lavorando per ricostruire con precisione ogni istante che ha preceduto lo sparo mortale, ascoltando testimonianze e analizzando ogni riscontro tecnico, mentre contemporaneamente riprendono in mano il fascicolo trasmesso dal tribunale, dove si mettevano in dubbio la correttezza formale e sostanziale di un suo precedente intervento.
Il quadro investigativo in divenire
Il lavoro dei magistrati, come sottolineato, procede senza sosta e si concentra sull’accertamento scrupoloso dei fatti, evitando fughe in avanti o letture premature degli eventi. L’obiettivo primario rimane quello di chiarire le circostanze in cui si è consumata la morte di Mansouri, un fatto di cronaca nera che ha scosso la città, ma l’emergere di questa precedente segnalazione giudiziaria introduce un ulteriore tassello da valutare nell’insieme dell’attività dell’agente. La procura, pertanto, si trova a dover approfondire due linee di indagine parallele: una strettamente legata all’omicidio volontario per il quale il poliziotto è già formalmente indagato, e l’altra relativa alle condotte segnalate dal tribunale, le quali, se confermate, potrebbero delineare un quadro comportamentale più complesso e articolato.




