Il giudice ordina al Cnr il dispositivo per permettere a Libera di morire
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Redazione Interno
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“Il limite della mia sopportazione è stato superato. Chiedo l’aiuto di un medico per poter morire”. È questa la dichiarazione, carica di una sofferenza che travalica ogni possibile Descrizione, a riempire le aule del tribunale di Firenze, dove si consuma l’estenuante attesa di Libera, la donna toscana la cui esistenza è stata stravolta da una forma aggressiva di sclerosi multipla. La patologia, che l’ha resa paralizzata dal collo in giù, non le consente, paradossalmente, di esercitare quel diritto al suicidio medicalmente assistito che pure le è stato riconosciuto dalla legge, poiché le impedisce il gesto fisico, seppur minimo, per autosomministrarsi la sostanza letale. Una condizione di sospensione insopportabile, che l’ha spinta a minacciare, pur nella sua estrema debolezza fisica, di ricorrere ad “azioni di disobbedienza civile” per vedere finalmente riconosciuta la sua volontà.
La risposta della giustizia
A questa situazione di stallo, che si protrae da oltre un anno nonostante i ripetuti pronunciamenti a suo favore, ha tentato di porre un argine il giudice, il quale, accogliendo le istanze dell’associazione Luca Coscioni, ha emesso un provvedimento di notevole portata. Con un’ordinanza precisa, il tribunale ha infatti ingiunto al Consiglio nazionale delle ricerche, ovvero il Cnr, di farsi carico della progettazione e della realizzazione di un dispositivo tecnologico su misura, in grado di colmare quel vuoto operativo che finora ha di fatto negato a Libera l’accesso alla procedura. Uno di quelli, per intenderci, che rappresentano l’unico ponte possibile tra la norma astratta e la sua concreta applicazione nella realtà di una persona.
Il dispositivo che cambia le regole
Nel corso di un’udienza, il Cnr ha confermato la propria disponibilità e la fattibilità tecnica di un macchinario che, sfruttando le residue capacità di movimento oculare della donna, le permetterebbe di attivare in piena autonomia il meccanismo per l’infusione del farmaco. Si tratta di una soluzione ingegneristica che, pur nella sua complessità, ha un obiettivo profondamente umano: restituire a Libera il controllo sulla propria fine, un’ultima, sofferta scelta che la malattia aveva finito per rubarle. Il giudice, da parte sua, non si è limitato a impartire un semplice ordine, ma ha fissato un termine perentorio di novanta giorni per la consegna del dispositivo, scandendo così il tempo di un’attesa che non può più essere prorogata.
Il carico economico e il percorso futuro
A completamento del provvedimento, il tribunale ha inoltre stabilito con chiarezza l’onere finanziario della procedura, imponendo all’Azienda sanitaria locale di riferimento, la Toscana Nord-Ovest, di farsi interamente carico di tutti i costi associati alla progettazione e alla costruzione del macchinario, sollevando così la donna e i suoi sostenitori da un ulteriore, potenziale ostacolo. Una decisione, questa, che delinea in modo netto le responsabilità dei vari attori istituzionali coinvolti, assegnando al servizio sanitario il compito di garantire l’effettività di un diritto, anche quando la sua attuazione richiede un supporto tecnologico avanzato. Rimane, sullo sfondo, la fragile determinazione di Libera, la quale attende che la macchina della giustizia, finalmente, si traduca in uno strumento concreto di liberazione.




