La Memoria interroga il presente, tra ritualità e nuovi segnali d'odio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ottantuno anni dopo che i cancelli del lager di Auschwitz-Birkenau furono abbattuti, la commemorazione del Giorno della Memoria si svolge, come ogni anno, sul quel terreno che fu teatro di uno sterminio scientifico. Nel sito museale che oggi sorge dove un tempo vennero annientate circa due milioni di persone, in stragrande maggioranza ebree, il ricordo si fa rito collettivo, ma la paura che si trasformi in un mero esercizio formale è concreta e palpabile. Lo ha espresso, con parole nette, la sindaca di Bergamo Elena Carnevali, sottolineando come il rischio che la ricorrenza "sbiadisca nella retorica delle celebrazioni o in una ritualità consolatoria" sia reale, mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello di far scontrare l'oggi con il passato, per decifrarne non solo le tragiche conseguenze ma, soprattutto, i meccanismi che permisero l’irreparabile.

Le cerimonie e il coinvolgimento delle nuove generazioni

L’impegno a mantenere viva la consapevolezza storica passa, inevitabilmente, attraverso le scuole e le giovani generazioni, chiamate a farsi custodi di una verità che il tempo rischia di opacizzare. In questa direzione vanno le iniziative promosse, in diverse parti d’Italia, dalle istituzioni locali, come nel caso della provincia di Treviso, dove enti e uffici scolastici hanno organizzato momenti di riflessione condivisi. L’intento è quello di ribadire, soprattutto ai più giovani, l’importanza di una memoria che non sia passiva ricezione di dati, ma strumento attivo di comprensione di una follia disumana, quella che portò alla Shoah, la quale non trova, né potrà mai trovare, alcuna giustificazione possibile.

Il parallelo inquietante: dall’odio verbale allo sterminio

Proprio nell’analisi di quei meccanismi perversi si inserisce un monito quanto mai attuale, che riecheggia negli interventi di molti studiosi: la Shoah non ebbe inizio con le camere a gas. Il suo germe fu piantato molto prima, nel terreno fertile delle parole d’odio, nei discorsi pubblici che gradualmente delegittimarono e disumanizzarono il “diverso”, nelle chiacchiere violente che normalizzarono il pregiudizio. Un processo che, come viene fatto notare, presenta inquietanti analogie con dinamiche contemporanee, sebbene su scale e contesti differenti. Oggi, la piazza digitale e i suoi algoritmi spesso estremizzano le posizioni, creando polarizzazioni insanabili; l’insulto sui social, il razzismo veicolato da battute, a volte propinate da figure politiche in cerca di facile consenso, e l’individuazione sistematica di capri espiatori per crisi economiche o sociali, ripropongono, in forme nuove, quegli stessi segnali premonitori che caratterizzarono gli anni Trenta del secolo scorso.

Il dovere della vigilanza oltre la commemorazione

La memoria, dunque, per non essere sterile, deve porsi come una domanda costante rivolta al tempo presente. Il ricordo delle vittime, onorato con solennità in ogni cerimonia, impone una vigilanza critica sulla realtà che ci circonda, su un linguaggio pubblico che sembra a volte scivolare pericolosamente, su una dialettica politica che può fare della semplificazione e della colpevolizzazione dell’altro una bandiera. Visitare Auschwitz o ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti significa anche riconoscere, nella banalità del male di ieri, gli anticorpi necessari per contrastare, oggi, ogni forma di discriminazione e di odio, per quanto sottile o apparentemente marginale possa sembrare. È un esercizio faticoso, che richiede di andare oltre il semplice rito, trasformando la consapevolezza storica in un impegno quotidiano per la difesa della dignità umana.

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