Pasolini, la brutta morte e l'eredità che interroga il presente
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nella notte tra tutti i santi e tutti i defunti, cinquant'anni or sono, Pier Paolo Pasolini andò a cercare quella che, con un'espressione di crudo realismo, si può definire la "brutta morte", un concetto che stridente contrasto con la "bella morte" ricercata, secondo una certa retorica, da formazioni militari del passato, come gli arditi o i fascisti di Salò, e divenuta persino titolo di un romanzo autobiografico. La sua fine, avvenuta sull'idroscalo di Ostia, spezzò una voce tra le più libere e scomode del Novecento, un uomo-orchestra che, attraverso la scrittura, la regia e la poesia, ha saputo lasciare un patrimonio culturale di straordinaria fecondità, la cui influenza, come sottolineano gli storici, continua ad allargarsi a livello mondiale.
Uno spettacolo nel luogo del delitto
Proprio a Ostia, nel medesimo periodo dell'anniversario, debutta in prima nazionale "PPP – Amore e Lotta", una nuova produzione che affida alla scena la densità umana e politica della sua parola poetica. Lo spettacolo, scritto da Katia Colica e diretto da Matteo Tarasco, si propone di riattualizzare la figura dell'intellettuale, celebrandone non solo il lascito artistico ma anche la capacità, che è forse la sua eredità più vitale, di interrogarci senza posa su ciò che avviene intorno a noi, una capacità che può ancora sorprenderci per la sua acutezza profetica.
Il profeta inascoltato della mutazione antropologica
Pasolini, come ebbe a osservare il cantautore Roberto Vecchioni, fu infatti un profeta ma non ascoltato, colui che per primo intercettò i segnali di una profonda mutazione antropologica destinata a condurre verso quella che lui stesso definì la "mercificazione della società". Contro questo processo omologante, egli oppose la dimensione rurale e la lingua madre, vedendo in esse un'àncora di salvezza in grado di riportare l'uomo alla sua essenza più autentica. Il suo sguardo, acuto e spesso doloroso, intuì la possibilità di un altro mondo, più giusto e radicalmente alternativo al consumismo sfrenato e alle disuguaglianze che già premevano.
Un grido che risuona ancora
La sua opera, nella sua totalità, costituisce un lungo e appassionato grido contro l'omologazione, un sogno di riscatto che ha trovato espressione in ogni mezzo comunicativo abbia toccato. Scrivendo, recitando e sceneggiando, ha urlato il suo sogno di un'esistenza diversa, consegnando alla posterità un corpus di lavoro che, a distanza di mezzo secolo, non ha affatto esaurito la sua carica eversiva e interrogativa, mantenendo intatta la forza di una provocazione necessaria.




