Gino Paoli, l’ultimo dei cantautori che non aveva paura di dire la sua

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia della scomparsa di Gino Paoli, avvenuta nella notte tra lunedì 23 e martedì 24 marzo 2026 all’età di 91 anni, ha restituito immediatamente il peso di un’assenza che, per la musica italiana, si configura quasi come la fine di un’intera geografia poetica. Perché se è vero che la sua firma, quella inconfondibile miscela di malinconia urbana e passione popolare, ha dato forma alla canzone d’autore, è altrettanto vero che la sua parabola artistica – fatta di successi clamorosi, oblii improvvisi e ritrovate resurrezioni – racconta meglio di qualsiasi saggio critico le trasformazioni del costume e dell’industria culturale nel nostro paese. L’unicità della sua poetica, del resto, non può essere compresa se non la si inquadra nel contesto sociale in cui si è espressa: un’Italia che usciva dal dopoguerra, fragile e spavalda al tempo stesso, dove la figura del cantautore non era ancora stata codificata e dove lui, Gino Paoli, lo era già.

L’ombra del nonno e le radici di un’identità schietta

In un’intervista rilasciata a Walter Veltroni nel 2019, poi ripubblicata dopo la morte dell’artista, Paoli ripercorreva le proprie origini partendo da una figura cardine: il nonno. Quell’uomo, che definiva “un socialista ante litteram” a Piombino, quando i socialisti li chiamavano ancora anarchici, rappresentava per lui il primo, autentico emblema di una coerenza dura. Aveva cominciato a lavorare a cinque anni, portando sulla pelle i tatuaggi di un’esistenza operaia, e fu probabilmente quella testimonianza di dignità ostinata a forgiare in Gino Paoli quella dote che, a differenza di molti suoi colleghi sempre preoccupati di piacere a chiunque, non lo abbandonò mai: la capacità di dire in maniera schietta quello che pensava di sé, degli altri e del mondo. Era una sincerità che poteva assumere i toni dell’ironia tagliente sulla propria salute, così come quelli di una riflessione amara sui meccanismi del successo.

Dal successo degli anni Sessanta alla ripartenza nel decennio successivo

La sua parabola, negli anni Sessanta, lo aveva visto tenere a battesimo una stagione irripetibile: prima ancora che si coniasse il termine “cantautori”, lui lo era già, con quella capacità di raccontare le emozioni maschili nella loro fragilità più cruda. Eppure, nel decennio successivo, quella stessa storia d’amore con il pubblico parve interrompersi bruscamente. Archiviato dalla critica più snob e dal mercato discografico quasi come un rottame del decennio precedente, Paoli visse gli anni Settanta attraversando un periodo in cui i pochi album pubblicati – per quanto apprezzati dagli addetti ai lavori – non riuscivano a conquistare le vette delle classifiche. Fu in quel frangente, però, che iniziò a tessere legami inaspettati con il mondo della politica e della militanza giovanile: nel 1975, ad esempio, fu invitato come ospite d’onore alla festa dei giovani del Pci, organizzata tra gli altri proprio da Veltroni, segno di come la sua arte stesse trovando un nuovo canale di comunicazione con un pubblico più giovane, attento ai contenuti prima ancora che alle melodie.

La rinascita negli anni Ottanta e una penna ritrovata

Se gli anni Settanta lo avevano consegnato a un limbo di sottovalutazione, gli anni Ottanta ne hanno rivelato una ritrovata penna ispiratissima, capace di incidere nuovamente nell’immaginario collettivo con una forza insospettabile. Il 1984 rappresentò lo snodo decisivo: “Una lunga storia d’amore” lo riportò in vetta alle classifiche, diventando anche la colonna sonora del film diretto da Paolo Quaregna. Fu la riprova che la sua vena creativa, lungi dall’essersi inaridita, aveva semplicemente atteso il momento giusto per riemergere con una maturità espressiva ancora più affilata. In quegli stessi anni, riaffioravano con maggiore nitidezza anche i racconti dei retroscena più vividi della sua giovinezza artistica, come i litigi con Luigi Tenco – uno dei quali, legato a Stefania Sandrelli, restituiva tutto il clima passionale e talvolta tempestoso di quella generazione.

L’intervista d’archivio e i ricordi di un’Italia perduta

Nell’intervista concessa a Veltroni, Paoli lasciava emergere, con la consueta mancanza di filtri, anche il rapporto tormentato con la memoria storica e con il paesaggio italiano. Il passaggio in cui raccontava di aver “camminato sui tremila morti di Recco” non era solo un dettaglio biografico, ma la cartina di tornasole di una sensibilità che aveva fatto i conti con il dolore collettivo in modo viscerale. Rispetto a quelle pagine, così come rispetto alle inquietudini del presente, la sua voce non ha mai cercato rifugi nel conformismo. Anche per questo, in tanti hanno voluto ricordarlo, a partire da Cesare Cremonini, che ha parlato di Paoli come “il riflesso di un’Italia che ha costruito più di quanto siamo riusciti a distruggere”. Un modo per restituire l’idea di un artista che, pur attraversando epoche e mode diverse, ha sempre mantenuto intatta la capacità di osservare senza abbassare lo sguardo, restituendo in musica la complessità di un paese che non amava le mezze misure.

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