Rutte svela i numeri dei voli Usa dall'Italia e il Senato mette i freni a Trump
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Redazione Esteri
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Le tensioni tra gli Stati Uniti e i partner europei della Nato, emerse in modo dirompente durante il conflitto in Iran, hanno trovato un nuovo e pubblico palcoscenico negli ultimi giorni. Da un lato, il segretario generale dell'Alleanza, Mark Rutte, nel corso di un incontro alla Casa Bianca con il presidente Donald Trump, ha rivelato l'entità del sostegno logistico fornito dall'Italia alle operazioni militari statunitensi.
Dall'altro, il Senato americano ha approvato una risoluzione che rappresenta una significativa, seppur simbolica, sfida politica ai poteri di guerra del presidente, mentre Trump non ha risparmiato critiche nei confronti di diversi alleati, tra cui l'Italia, accusati di non aver fatto abbastanza.
La rivelazione di Rutte sui voli dalle basi italiane
Nel tentativo di ricucire lo strappo e dimostrare a Trump il sostegno concreto ricevuto dall'Europa, Mark Rutte ha citato un dato che ha immediatamente acceso il dibattito politico in Italia. Nel corso di un'intervista e successivamente in un incontro nello Studio Ovale, il segretario Nato ha affermato che ben 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane presenti sul territorio italiano per supportare l'operazione militare in Iran.
Una dichiarazione che ha scatenato una reazione immediata, con l'opposizione italiana che ha chiesto chiarimenti al governo, guidato dalla premier Giorgia Meloni, ricordando le rassicurazioni fornite in precedenza circa il coinvolgimento dell'Italia nel conflitto. Fonti governative hanno prontamente smentito la ricostruzione di Rutte, sostenendo che i voli autorizzati da Roma fossero esclusivamente di natura tecnica e logistica, e non operativi. La cifra rivelata da Rutte, che ha parlato di un totale di 4.000-5.000 missioni di volo da basi in tutta Europa, ha così alimentato una polemica destinata a durare.
Il voto del Senato Usa: una "rivolta" repubblicana
Contemporaneamente alle dichiarazioni di Rutte, il Senato degli Stati Uniti ha compiuto un gesto politico di rilievo: con 50 voti favorevoli e 48 contrari, ha approvato una risoluzione sui poteri di guerra (War Powers Resolution) che chiede al presidente Donald Trump di interrompere le operazioni militari contro l'Iran, a meno che non vi sia una specifica autorizzazione da parte del Congresso.
La risoluzione, che ha un valore politico più che giuridico, è passata grazie al voto determinante di quattro senatori repubblicani – Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy – che hanno rotto gli schieramenti e votato con i democratici, mentre il democratico John Fetterman si è schierato con la maggioranza repubblicana.
Si tratta della prima volta, dalla nascita del War Powers Act del 1973, che entrambe le Camere approvano una risoluzione congiunta che impone al presidente di porre fine a un conflitto, un chiaro segnale del crescente malumore all'interno del Grand Old Party per la gestione della guerra.
La reazione di Trump e le critiche all'Italia
La reazione di Donald Trump alla votazione del Senato non si è fatta attendere. Sul suo social Truth, il presidente ha definito il voto "inopportuno e insignificante", accusando i senatori dissidenti di aver fatto un "favore al principale sponsor del terrorismo globale" e di aver inviato un messaggio di debolezza all'Iran, proprio mentre Teheran è "alle corde". Il presidente ha ribadito la sua determinazione a portare a termine la missione, "in un modo o nell'altro", dimostrando tutta la sua frustrazione per un gesto che considera un tradimento.
Le critiche di Trump si sono però riversate anche sugli alleati europei. Durante l'incontro con Rutte, ha espresso la sua delusione per il sostegno ricevuto da diversi Paesi, menzionando esplicitamente l'Italia, il Regno Unito, la Germania e la Francia, e definendo la Spagna "un orrore" per la sua scarsa contribuzione alla difesa. Trump ha poi rivendicato la lealtà degli alleati, affermando che gli Stati Uniti non chiedono soldi, ma solo un segno di riconoscenza per i sacrifici compiuti in loro difesa.
Le tensioni in vista del vertice Nato di Ankara
La visita di Mark Rutte a Washington era finalizzata proprio a sedare le tensioni e preparare il terreno per il cruciale vertice Nato in programma a luglio ad Ankara. Il segretario generale, che ha definito Trump "leader del mondo libero", ha cercato di dimostrare con grafici e cifre l'aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei, cercando di controbilanciare le critiche del presidente americano. Le dichiarazioni di Rutte e il voto del Senato hanno però messo in luce le profonde crepe all'interno dell'alleanza.
Da un lato, la smentita italiana sull'uso delle basi mostra un tentativo di prendere le distanze da un conflitto ritenuto impopolare; dall'altro, la risoluzione del Senato evidenzia come la gestione della guerra da parte di Trump abbia eroso il consenso bipartisan su cui il presidente poteva contare.
Mentre Washington continua a spingere per un maggiore impegno europeo nella difesa, il vertice di Ankara si prospetta come un appuntamento decisivo per ridisegnare gli equilibri e le responsabilità all'interno dell'Alleanza Atlantica, alla luce di un conflitto che ha evidentemente rimesso in discussione la solidità della Nato stessa.




