La spallata populista che inguaia Starmer: crollo del Labour e trionfo di Farage
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Redazione Esteri
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LONDRA – Il terremoto che ha appena scosso le fondamenta del Regno Unito, propagandosi dalle elezioni locali in Inghilterra fino ai parlamenti nazionali di Galles e Scozia, consegna alle cronache politiche un quadro di frammentazione senza precedenti. Il partito laburista, guidato da un terreo Sir Keir Starmer, è stato letteralmente travolto da una marea populista che ha il volto – e la verve retorica – di Nigel Farage; questi, alla testa del suo Reform UK, ha strappato consensi in quella che un tempo era la cintura rossa operaia, dimostrando come il vecchio sistema bipolare sia ormai solo un ricordo. La notte elettorale, culminata con la perdita di oltre mille seggi consiliari per i laburisti, ha assunto i contorni di una resa dei conti per il premier, il quale – pur ammettendo senza mezzi termini la "natura negativa" di questi risultati – ha subito blindato la sua poltrona: "Non me ne andrò, non lascerò il Paese nel caos", ha dichiarato, incassando al contempo le prime, timide richieste di dimissioni da parte di una decina dei suoi stessi deputati.
Tra crolli annunciati e la poltrona che scotta
La débâcle, per quanto dolorosa, non ha colto di sorpresa gli osservatori più attenti; già da mesi i sondaggi dipingevano uno scenario fosco per chi, solo due anni fa, aveva trionfato alle politiche con una maggioranza definita "argillosa". A pagare il prezzo più salato è stata la strategia politica voluta dal famigerato spin doctor Morgan McSweeney – artefice di quella vittoria del 2024 ma anche, secondo molti critici, della successiva deriva comunicativa che ha tentato di inseguire il linguaggio della destra senza proporre un'alternativa progressista credibile. La tenuta di Starmer appare ora ingessata in una crisi esistenziale che blocca qualsiasi tentativo di "golpe interno": se da un lato i suoi ministri più fedeli gli hanno garantito copertura, dall'altro manca all'appello un nome forte, capace di coagulare il malcontento e prendere il timone di una nave che affonda. Come sottolinea l'attivista James Schneider, ex braccio destro di Jeremy Corbyn, la sconfitta era inevitabile, frutto di una linea politica che ha finito per attaccare la propria base invece di difenderla.
Farage cavalca l'onda, i Verdi rosicchiano consensi
Se il Labour affonda, le acque tumultuose della politica britannica vedono emergere trionfante Nigel Farage, il re della Brexit che – forte di un elettorato stanco dell'immobilismo – ha portato Reform UK a conquistare centinaia di seggi, spazzando via decenni di egemonia laburista in roccaforti come Tameside e Wigan. Ma la sorpresa non è finita qui: alle spalle dei populisti, a sinistra, i Verdi hanno registrato un vero e proprio "boom", scalzando il Labour in roccaforti londinesi come Hackney e dimostrando che la protesta contro il premier non si incanala solo verso l'estrema destra, ma anche verso un ambientalismo radicale. In Galles e Scozia, poi, la pattuglia laburista ha incassato ulteriori schiaffi, cedendo il passo rispettivamente a Plaid Cymru e allo Scottish National Party, un'ulteriore prova che la morsa attorno a Starmer si stringe da ogni fronte geopolitico.
L’analisi di una débâcle annunciata
L'analisi di quanto accaduto non può prescindere da un giudizio pesante sulla gestione McSweeney, il "cattivo maestro" che – pur avendo il merito di aver ricucito il rapporto con l'elettorato operaio – ha finito per trasformare il Labour in un vaso di Ming da portare a casa senza fare rumore, alienandosi simpatie e suscitando solo apatia. Senza un'anima, senza una narrazione capace di offrire speranza in un periodo segnato dalla crisi del costo della vita, il partito si è ritrovato esposto al fuoco incrociato di Farage e dei Verdi. Al momento, i dieci deputati che chiedono la testa del premier restano una voce isolata; la maggioranza preferisce attendere, forse nella speranza che il malcontento popolare trovi altri capi espiatori, o forse perché – come spesso accade nei momenti di vuoto di potere – nessuno vuole essere il primo a brandire il coltello. Resta da vedere se il "reset" promesso da Starmer basterà a ricucire uno strappo che sembra ormai insanabile tra la politica dei palazzi e la piazza.




