La spallata populista che inguaia Starmer
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Redazione Esteri
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L’alba di ieri ha consegnato al primo ministro Keir Starmer un verdetto politico che – a dispetto della vittoria colossale, benché già argillosa, ottenuta alle politiche meno di due anni fa – si è rivelato implacabile. "Starmageddon", recita il Titolo sensazionalista di un tabloid, un calembour apocalittico che sintetizza la devastante batosta subita dal Labour nelle elezioni locali di Inghilterra, Galles e Scozia. Con circa 5.000 seggi in palio, i laburisti hanno perso più di mille consiglieri (i risultati definitivi sono attesi in giornata), subendo una contrazione che alle urne si è tradotta in una vera e propria emorragia di voti a favore dei Liberal Democratici, del partito ecologista, ma soprattutto di Reform Uk. È il partito populista di destra guidato da Nigel Farage, il trumpiano che, cavalcando il disagio post-Brexit, si è ora ritagliato il ruolo di principale antagonista di uno Starmer apparso fin dall'alba terreo e visibilmente provato.
Il premier incassa la sconfitta ma esclude le dimissioni: «Non lascio il Paese nel caos»
«I risultati sono negativi, li ammetto, e non bisogna attenuarne il peso», ha dichiarato un rigido premier comparso davanti ai giornalisti subito dopo la veglia elettorale, assumendosi la responsabilità del disastro senza però nutrire l’intenzione di abbandonare la nave. Al contrario, la sua strategia è quella della resilienza a oltranza, una scelta che mescola un certo grado di realismo politico alla consapevolezza del mandato quinquennale ricevuto dagli elettori. «Non me ne andrò e non precipiterò il Paese nel caos», ha ribadito, cercando di arginare le pressioni che già arrivano fragorose dai corridoi di Westminster, dove più di venti parlamentari laburisti avrebbero iniziato a chiedere a bassa voce un piano per la sua successione. La giustificazione addotta dal premier – che cioè gli elettori siano frustrati dalla lentezza del cambiamento più che dalle politiche attuate – suona però come un debole argine di fronte a un’onda anomala che sta riscrivendo la geografia politica della Gran Bretagna.
Il trionfo di Farage e l’avanzata dei Verdi ridisegnano lo scenario politico
Se per i laburisti si tratta di una débâcle storica, per Reform Uk la notte elettorale ha assunto i contorni del trionfo. Il partito di Farage, che alle scorse amministrative era ancora in fase embrionale e neppure partecipava su larga scala, ha letteralmente cannibalizzato il consenso proveniente dalle periferie operaie del nord e dalla cintura blu dei conservatori del sud. Basti pensare a Havering, il primo borgo londinese finito nelle mani del partito populista, o a Tameside e Wigan, storiche roccaforti laburiste spazzate via dalla "farage-mania". Farage, visibilmente esultante, ha parlato di uno «spostamento storico nella politica britannica», sostenendo che la sua creatura politica non sia più un fenomeno passeggero ma una forza capace di superare la tradizionale dicotomia tra destra e sinistra. Non è stato l’unico a festeggiare, perché i Verdi hanno ottenuto risultati eccezionali (conquistando municipalità come Hackney) e i Liberal Democratici hanno rosicchiato seggi preziosi, contribuendo così a frantumare ulteriormente il bipartitismo che aveva tenuto banco per decenni.
Il crollo del Labour in Galles e l’avanzata inedita di Reform in Scozia
Il quadro complessivo, già fosco per Starmer, si complica ulteriormente osservando i risultati delle due nazioni costitutive del Regno. In Galles, il Labour ha perso consensi in modo così massiccio da lasciare che fosse Plaid Cymru (il partito nazionalista gallese) a emergere come prima forza politica. In Scozia, nonostante la prevista vittoria dello Scottish National Party (Snp) di John Swinney, la vera sorpresa – come si legge su molti analisti – non è la riconferma degli indipendentisti, quanto l’irruzione prepotente di Reform Uk. Quest’ultimo, infatti, è riuscito a conquistare per la prima volta seggi nel parlamento di Holyrood, dimostrando di avere una capacità di penetrazione elettorale che ormai non conosce più confini geografici. In questo contesto, complici anche i buoni risultati dei Verdi scozzesi (che hanno conquistato il loro primo collegio a Edimburgo Centrale), lo Snp potrebbe aver necessità di un accordo di coalizione verde per governare, mentre il Labour assiste inerte alla progressiva erosione del proprio bacino di consensi anche nei territori che un tempo erano considerati roccaforti sicure.




