L’ultimo voto per Starmer: tra crollo laburista e ascesa dei sovranisti, la Gran Bretagna si frammenta
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Redazione Esteri
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Londra – Si scrive tornata elettorale locale, ma in questo 7 maggio 2026 si legge, tra le righe di un sistema politico ormai logoro, il possibile atto finale della leadership di Keir Starmer. Mentre i cittadini inglesi, scozzesi e gallesi vengono chiamati alle urne per rinnovare circa cinquemila seggi in 136 consigli inglesi e per eleggere i parlamenti devoluti di Edimburgo e Cardiff, il premier laburista – che già da febbraio vedeva vacillare la propria poltrona – si trova a dover gestire una “sfida” che lui stesso ha ammesso essere “molto dura”. E se la promessa di battersi per ogni voto ha il sapore di un ultimo, disperato appello, i numeri forniti dagli istituti demoscopici raccontano una storia ben diversa: quella di un partito al governo pronto a subire una débâcle forse senza precedenti, non solo un semplice ridimensionamento, ma un vero e proprio “bagno di sangue” che potrebbe ridefinire gli equilibri dell’intero Regno.
A rendere questa tornata storica, al di là del singolo destino di Starmer, è quella che molti analisti definiscono la fine del bipartitismo classico. L’impalcatura della “governabilità” su cui si reggeva Westminster per decenni (Labour contro Tory, uno schiaccia l’altro) sta cedendo sotto il peso di un’offerta politica che si fa sempre più orizzontale e frammentata. Basti guardare i dati che emergono dalle rilevazioni: da un lato, il partito di Nigel Farage – Reform Uk – capitalizza il malcontento popolare sull’immigrazione e il ceto politico tradizionale, mentre dall’altro i Verdi di Zack Polanski, figura che ha saputo catalizzare i malumori della sinistra radicale (raccogliendo anche i cocci delle vicissitudini dell’ex formazione di Jeremy Corbyn), erodono consensi proprio nei distretti più progressisti.
Londra non è più un affare rosso
Il cuore della capitale offre il termometro più clamoroso di questa rivoluzione silenziosa. Per decenni, se non generazioni, Londra è stata considerata una roccaforte inespugnabile del rosso laburista. Eppure, i seggi della metropoli si apprestano a tingersi di verde e di un azzurro molto più acceso di quello tory. Le stime più accreditate parlano di un tracollo verticale per il partito di Starmer, che rischia di mantenere il controllo solo in una manciata di borough, mentre i Verdi sono pronti a sfondare in aree come Hackney o Lambeth, battendo il Labour persino in nicchie storicamente “rosse”. Non solo: Reform è insediata stabilmente nelle periferie, dove l’effetto della crisi economica e del caro casa si fa sentire più violento. Ciò che ne esce è un mosaico politico inedito per la capitale, dove la lotta non sarà più a due, ma a cinque, con i Liberal Democratici pronti a fare da spettatori o da ago della bilancia in alcune circoscrizioni chiave.
Scozia e Galles: il segnale d’allarme per Westminster
Se in Inghilterra la debacle era pronosticata, sono le nazioni “celtiche” a riservare le sorprese più amare per il primo ministro. In Scozia, sebbene lo Scottish National Party (SNP) sia dato in leggero vantaggio per mantenere il governo di Edimburgo, ciò che sorprende è l’irruzione di Reform UK. Un partito storicamente percepito come “inglese” e unionista riesce a strappare consensi in una terra tradizionalmente ostile, arrivando a minacciare il secondo posto, scavalcando di fatto i laburisti e i conservatori locali. Ma è in Galles che si gioca la partita più drammatica. Qui, il Labour ha governato ininterrottamente per quasi trent’anni, da quando Tony Blair concesse l’autonomia. Secondo le rilevazioni della vigilia, i laburisti sono sprofondati al terzo posto. Il primo posto è un testa a testa tra il partito nazionalista gallese, Plaid Cymru, e proprio Reform UK di Farage, due forze antitetiche che si contendono il primato mentre l’elettorato di sinistra abbandona in massa i candidati ufficiali.
L’effetto Farage e l’agonia delle due torri
La forza di questa tornata elettorale risiede nell’aver messo in luce l’estrema vulnerabilità di un sistema che, per funzionare, ha sempre avuto bisogno di due pilastri solidi. Oggi, sia il Labour che i Tories – sebbene questi ultimi siano all’opposizione – vengono puniti allo stesso modo. L’effetto Farage non è solo quello di sottrarre voti ai conservatori sulla destra populista, ma di presentarsi come il partito della “rottura” in un contesto in cui le istituzioni tradizionali vengono percepite come inefficaci. Con il premier che ha visto crollare la propria popolarità a livelli mai toccati prima per un inquilino del 10 di Downing Street, il voto di oggi assume i contorni di un referendum sulla sua capacità di tenere insieme i pezzi. La geografia dei consensi si sta ridisegnando: più si va verso le zone disagiate e post-industriali, più Reform raccoglie; più ci si sposta nei centri universitari e nelle aree urbane benestanti, più Verdi e LibDem rosicchiano seggi. Per Starmer, che ha ammesso la difficoltà della sfida senza però mostrare alcuna cedevolezza verbale, il conto alla rovescia è cominciato. Non si tratta più di vincere o perdere, ma di contenere i danni in un paese che, da questa tornata, sembra uscire più frammentato che mai.




