Tsunami Farage, i Labour affondano: Starmer resiste e non molla la guida del governo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’onda lunga della destra populista, quella che già aveva spiazzato le élite europee con la vittoria del “Leave” al referendum del 2016, si abbatte ora con violenza inedita sulle amministrative britanniche. I primi scrutini parziali, sebbene lo spoglio non sia ancora stato completato, restituiscono l’immagine di un autentico terremoto politico: il partito di Nigel Farage, Reform UK, conquista centinaia di seggi locali, mentre il Labour del primo ministro Keir Starmer subisce una débâcle che perfino i sondaggi più pessimistici faticavano a prevedere. Un dimezzamento dei propri consiglieri, questo il dato più crudo che emerge dalle urne, e un sorpasso clamoroso – stando alle proiezioni – che vedrebbe proprio la formazione ultra-conservatrice, erede della galassia pro-Brexit fondata nel 2018, diventare la prima forza politica del Paese a livello di rappresentanza locale.

La débâcle laburista e la “responsabilità” senza dimissioni

Starmer, dal canto suo, non ha atteso la fine del conteggio per ammettere l’evidenza: “Una sconfitta molto dura”, ha dichiarato, “che fa male”. Nel commentare il tracollo, il premier ha scelto una linea prudente ma ferma, assumendosi “la piena responsabilità” del risultato senza tuttavia rassegnare le dimissioni. Nessun tentativo di cercare capri espiatori, ha spiegato, ma neppure l’intenzione di abbandonare la nave: “Il governo va avanti”, ha ribadito, rivendicando la propria determinazione a portare a termine il cambiamento promesso in campagna elettorale. Una posizione, la sua, che rischia però di apparire sempre più isolata, considerato che dalle stesse file del partito al governo si levano già voci critiche, se non apertamente ostili, nei confronti di una leadership vista come troppo moderata e incapace di contrastare l’avanzata della destra.

L’ascesa di Reform UK e il trionfo dei Verdi

Se il crollo dei Labour rappresenta il dato più vistoso, il quadro che si delinea dagli spogli parziali è in realtà più articolato. A trionfare, accanto alla destra di Farage, sono anche i Verdi, capaci di raccogliere consensi in quelle aree urbane e giovanili che tradizionalmente guardavano al centrosinistra. Reform UK, però, resta il vero protagonista di questa tornata: centinaia di seggi conquistati, una capacità di mobilitazione che ha sorpreso persino gli osservatori più attenti e un elettorato che sembra premiare l’approccio diretto, talvolta spigoloso, del suo leader. Farage, del resto, ha saputo capitalizzare il malcontento diffuso verso l’establishment, cavalcando temi come l’immigrazione, la sovranità nazionale e la critica alle politiche fiscali del governo laburista.

Uno tsunami annunciato? Il valore politico di un voto locale

Si tratta, è bene ricordarlo, di elezioni amministrative, non di una consultazione nazionale. Tuttavia, la portata simbolica e politica del risultato difficilmente potrà essere ridimensionata: in Gran Bretagna, i test locali hanno storicamente un valore di termometro per l’umore popolare, e in questo caso il termometro segna una febbre altissima per il partito di governo. Starmer, pur incassando il colpo, non ha mostrato alcuna intenzione di farsi da parte; anzi, la sua strategia appare quella di resistere all’urto, confidando in un effetto di normalizzazione nei mesi a venire. Ma la débâcle del Labour non è solo numerica: è anche qualitativa, perché mette in discussione la capacità della sinistra britannica di parlare a quelle fasce sociali – operai, piccola borghesia, periferia industriale – che un tempo ne costituivano il serbatoio elettorale naturale. Con Farage che avanza e Starmer arroccato sulla propria responsabilità, il panorama politico del Regno Unito sembra destinato a una nuova, profonda ridefinizione.

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